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Nicola Di Turi

Wikileaks, ovvero l'eterna lotta tra politica e informazione

22 Marzo 2011, 15:15pm

Pubblicato da Nicola Di Turi

anche su  il Futurista e su AgoràVox 

«La stampa fu protetta nella Costituzione, affinchè potesse rivelare i segreti del governo ed informare il popolo», scriveva il giudice della Suprema Corte americana Hugo Black, nel 1971. Aveva appena assolto da ogni imputazione il New York Times per aver pubblicato i “Pentagon Papers”, 47 volumi di documenti che raccontavano degli insuccessi, dei morti civili e delle fallite strategie di guerra degli USA in Vietnam nel 1968. Tutto ciò che era stato tenuto nascosto alla popolazione americana, venne alla luce attraverso la pubblicazione di questi documenti; la Giustizia americana ne difese la pubblicazione, in nome del diritto del popolo a conoscere le vicende riguardanti il proprio Governo. Quaranta anni dopo, nel 2011, ...
... la pubblicazione dei cablogrammi riservati delle diplomazie europee e statunitensi da parte di Wikileaks, ha portato una scia di polemiche da cui non ne usciremo fin quando Julian Assange, il fondatore del sito, non verrà messo a tacere. Per aver semplicemente sbugiardato gli impomatati diplomatici che pensavano (e annotavano) delle cose, ma ne dicevano pubblicamente delle altre, Assange è costretto a fuggire e cambiare alloggio con l’assiduità di un camionista.
Naturalmente, il ruolo degli ambasciatori esteri è quello di rendere una fotografia quanto più fedele possibile del paese in cui sono inviati, al proprio Stato di appartenenza. Il tutto cercando di mantenere buoni rapporti con lo stato ospitante. Un lavoro diplomatico insomma, fare gli interessi del proprio Stato in terra straniera e senza rompere i rapporti tra le parti.
È per questo che lo smascheramento delle verità ufficiali compiuto da Wikileaks, ha suscitato reazioni degne dei più recenti regimi dittatoriali, da parte delle istituzioni democratiche occidentali (Stati, Presidenti, Ambasciatori, Ministri). Guardacaso sono spuntate due donne che accusano Assange di violenza sessuale, come se qualora fosse appurato questo reato, le rivelazioni di Wikileaks perderebbero qualche grado di autenticità. Il fatto che Assange abbia violentato o meno delle donne, non cancella i rapporti che scriveva l’ambasciatore USA in Italia (nominato da Bush) al Presidente Obama.
Rapporti segreti e cifrati, in cui l’ambasciatore (e non Assange o Wikileaks) scriveva dei festini di Berlusconi, delle amicizie intime del Premier col dittatore Gheddafi, della bassa credibilità dell’Italia all’estero. Rapporti quantomeno contrastanti con le conferenze stampa in cui l’amicizia tra Italia e USA veniva ribadita e rinsaldata continuamente dalle stesse persone, che poi appuntavano con dovizia particolari tenuti segreti poiché impronunciabili pubblicamente. L’aver svelato questo tipo di segreti ha messo la vita di Assange in grave pericolo, anche se gli Stati Uniti non ne hanno mai potuto chiedere l’arresto. Ministri italiani e non, hanno gridato al golpe, al furto di documenti segreti, alla pubblicazione illegale di atti privati, tentando invano di scalfire l’immagine pubblica di Julian Assange.
Neanche la minaccia paventata da più parti, della vulnerabilità alla quale sarebbero stati esposti i Paesi a causa della pubblicazione degli atti, ha potuto frenare la sete di informazione e la curiosità sui documenti secretati. Più sondaggi hanno dimostrato che la credibilità di Assange e Wikileaks non è scesa di molto, neanche dopo le presunte violenze addebitategli.
Negli anni ‘70 come nel XXI secolo, la giustizia ha cercato di garantire la libertà di informazione dell’opinione pubblica, mentre la politica e il governo hanno provato a raccontarle una verità ufficiale e parallela, per  essere costretti più tardi a confutare la realtà contenuta nei documenti riservati. Peraltro senza successo, come dimostrato da queste due vicende così simili, seppure lontane.
Poiché si trattò allora come oggi di documenti autentici, firmati da funzionari dello Stato e quindi inattaccabili dal punto di vista della veridicità, le medesime e sempre attuali reazioni scomposte dei governi sono sintomatiche soltanto dell’imbarazzo che dominerà i prossimi vertici internazionali. Dove diplomatici di stati diversi, col sorriso in bocca e la giusta parola sempre pronta, cercheranno di ricucire rapporti incrinati dalle rivelazioni della spia-Assange. La sensazione è però che l’individuazione del nemico comune, non servirà che a lenire le ferite causate dallo squarcio aperto da Wikileaks tra le pieghe delle sempreverdi ipocrisie istituzionali e diplomatiche.

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Qui (non è) Radio Londra

18 Marzo 2011, 16:50pm

Pubblicato da Nicola Di Turi

Ogni sera, dal Lunedi al Venerdi su Rai 1, dalle ore 20 in poi vanno in onda in serie: il Tg1, il nuovo programma di Giuliano Ferrara intitolato "Qui Radio Londra" e Affari Tuoi.
Ecco gli ascolti Tv di Giovedì 17 Marzo 2011, su Rai1 dalle ore 20 in poi. I dati sono impietosi:  




-TG1                       6.684.000  (25.22%)
-Qui Radio Londra    4.981.000   (17.71%)
-Affari tuoi                6.098.000   (21.10%)

Un milione e 700mila spettatori, pari al 7.5% del totale delle tv sintonizzate su Rai 1 dopo il Tg1 delle 20, vede apparire Giuliano Ferrara e lascia Rai1.
A voler essere essere buoni, spegne la tv e fa altro. Volendo essere cattivi, si sposta su Mediaset e accresce audience ed entrate pubblicitarie del Biscione, provocando un grosso danno economico alla Rai.
Finito Ferrara, un milione e 100mila spettatori (pari al 3,5% degli "scappati") che hanno lasciato in massa Rai1, torna per seguire Affari Tuoi. 600mila del milione e 700mila "scappati" invece, sono andati via e non sono più tornati. Con conseguente perdita definitiva di audience e di entrate pubblicitarie per la Rai.
Ciò non significa che bisogna valutare un programma tv, un libro, una canzone o altro, soltanto dal grado di successo riscontrato sul pubblico, sugli spettatori. Ogni tanto però non guasterebbe.
Soprattutto se chi dovrebbe farlo non lo fa. E soprattutto se costui è la stessa persona o parte politica ("vado in tv a difendere Berlusconi", ha detto Ferrara) che predica il mantra del profitto, della sola logica del profitto per un'azienda. Ma la predica soltanto fin quando riguarda gli altri.
Ferrara è beneficiario di un contratto per 190 puntate, da 1,5 milioni di euro per due anni con opzione per il terzo. Fanno 3000 euro a serata, circa 1000 euro al minuto, 15 mila euro a settimana.
Soldi pubblici, di un'azienda pubblica, pagati con i soldi del canone dei cittadini, che fuggono in quasi 2 milioni per i 3 minuti di durata di questo programma.
Se fossimo in un Paese normale basterebbe porsi una sola domanda, per decidere cosa fare di Ferrara e del suo programma: cui prodest?
Ma siamo in Italia, e Qui (non è) Radio Londra.

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Coraggio

17 Marzo 2011, 20:15pm

Pubblicato da Nicola Di Turi

anche su AgoràVox 

 " I talk show li vedo quando vi partecipo, ma non Porta a porta, che è una trasmissione ignobile,  che uccide il confronto. Quindi non ci vado. "

Parole di Nichi Vendola, alle quali evidentemente deve seguire l'azione.
Attenzione però: Vendola non deve disertare Porta a Porta per incapacità a reggere il confronto con Vespa. E neanche per adoperare la presunta parzialità del conduttore, come scusante per sfuggire al controllo della pubblica opinione. E' sempre sbagliato sottrarsi al pubblico confronto come fa Berlusconi, anche e soprattutto con chi è lontano dalle tue opinioni. Solo in Italia può apparire "normale" il rifiuto ripetuto di un politico ad un intervistatore.
Eppure così facendo Vendola può dare un segnale, tracciare un solco tra lui e il resto della politica. 
Può dimostrare di non aver paura che saltando un'ospitata a Porta a Porta, si rischia di regalare voti e consensi agli avversari politici. Può (e deve) spezzare l'incantesimo che recita: "perdere il controllo sulla Rai, significa perdere il consenso degli elettori".
Il "salto" dev'essere questo: Vendola crede che Vespa sia eterodiretto da Berlusconi, quindi non si fa intervistare da un giornalista di parte (Vespa stesso), ma soltanto perchè crede che politica e giornalismo debbano stare ben lontani e separati. E' quindi l'occasione giusta per affermare un principio: i partiti fuori dalla Rai. In fondo, lo diceva già Enrico Berlinguer 30 anni fa.
Per cui semmai ne avrà facoltà, è bene che Vendola si sottragga al gioco delle nomine dei direttori Rai, per esempio. 
Liberare la Rai dai partiti significa perdere quel controllo sulla pubblica opinione,che finora tutti hanno ritenuto molto importante ai fini elettorali. Significa anche mostrare quel coraggio politico mancato a tutti, fino ad oggi.
Lo stesso coraggio che mancò a Walter Veltroni, il quale come ultimo atto prima delle dimissioni da Segretario PD nel Febbraio 2009, nominò Giorgio Van Straten nel CDA Rai. Vi chiederete, per merito? 
Certamente si, se l'essere amico e vicino d'ombrellone del suddetto Veltroni può essere considerato un merito professionale. E se questo merito può diventare così importante, da essere considerato un requisito curriculare imprescindibile per chi voglia assurgere alla carica di Consigliere d'Amministrazione Rai. Naturalmente questi comportamenti e queste nomine non sono state un deterrente alle odierne dichiarazioni e interviste infuocate degli esponenti PD, contro il conflitto d'interesse televisivo di Berlusconi, l'occupazione militare del Centrodestra in Rai, la parzialità del TG1 e quella di Vespa. Evidentemente, la coerenza non è di casa al PD.
Perciò è importante che se Vendola decide di non partecipare a Porta a Porta, non si fermi al rifiuto a Vespa,  ma vada oltre per affermare quel principio di libertà del giornalismo dalla politica. Solo così facendo dimostrerà di voler realmente rappresentare quella "diversità" politica che va tanto sbandierando. 

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Romano Luperini

15 Marzo 2011, 16:15pm

Pubblicato da Nicola Di Turi

DOMANDA Nel 1968 Pasolini scriveva: "I contestatori sono tutti borghesi, figli di papà. Io sto con i poliziotti, servili per necessità". Professore, anche i "figli di papà" potevano scendere in piazza a manifestare? 

Romano Luperini: "Dire che nel '68 i contestatori erano tutti "figli di papà" è falso. Il boom delle iscrizioni all'università è avvenuto proprio in quegli anni. Si passò da 200mila a 800mila studenti ed aule e strutture rimasero le stesse di prima. Si aprirono le porte a nuovi studenti, di varia estrazione sociale, finora rimasti esclusi dagli studi universitari. Prima del '68 le Università erano frequentate solo da pochi privilegiati. Furono i "nuovi" studenti a protestare, non i "figli di papà", interessati solo a mantenere i loro privilegi acquisiti per via ereditaria".

D. Sabato scorso, 12 Marzo, il popolo della scuola ha manifestato. La reazione del ministro Gelmini non si è fatta attendere. Si può scendere in piazza a difendere la scuola pubblica, se si mandano i figli alle scuole private? Chi protesta oggi, è incoerente come i sessantottini "figli di papà"?


Romano Luperini: "Ah vabbè ma questa è pura demagogia. Sa che nessuno dei miei amici (professori, 70enni, benestanti) ha mai mandato un figlio alla scuola privata? Io stesso ho un figlio al liceo. In Italia le scuole private non servono ad offrire una didattica migliore; servono, salvo 2 o 3 eccellenze, a recuperare in fretta qualche anno di bocciatura nella scuola statale. Il resto non conta."

D. In ogni caso, secondo lei essere economicamente benestanti nel 1968 come nel 2011, comportava l'impossibilità a sostenere il movimento studentesco e la scuola pubblica? Chi protesta, era ed è incoerente?

Romano Luperini: "Bisogna guardare nel merito delle cose. Le generalizzazioni non fanno mai bene. E' giusto manifestare per avere maggiori investimenti statali per la scuola pubblica? Si. E' giusto stabilire priorità di finanziamenti dello Stato verso la scuola pubblica e non verso le private? Si, lo dice la Costituzione. Essa concede libera scelta di indirizzo alle famiglie, ma non invita i governi all'erogazione di eguali finanziamenti alle paritarie, da sostenere invece tramite finanziamenti di privati."

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La morale del più furbo

11 Marzo 2011, 16:41pm

Pubblicato da Nicola Di Turi

anche su AgoràVox  
 
E’ moralmente giusto accettare una raccomandazione per trovare un lavoro? Certamente non lo è.
Se non l’accetterai, probabilmente assisterai all’assunzuione dell’ultimo “parente di”, molto meno preparato di te, perciò molto più ricattabile di te, perciò assunto al posto tuo.
Se accetterai la raccomandazione, i facenti parte del Club del più Furbo ti diranno: ”Il solito moralista doppiopesista, spietato con i vizi altrui e indulgente con i suoi”. Così fan tutti (anche tu), quindi stai zitto.
E’ moralmente giusto saltare la fila allo sportello, pur vedendo che perfino il cagnolino della signora appena entrata, ti passa avanti? Certamente non lo è.

Se rispetterai la fila, continuerai ad aspettare un turno che non arriverà mai, dietro una fila che non c’è mai stata, se non nelle tue benevole intenzioni. Come se non bastasse, sentirai le risatine di qualche altro gaglioffo, che si starà vantando della sua irraggiungibile furbizia, col suo degno compagno di gesta quotidiane. Ridendo dell’allocco, ancora lì, impalato, fermo ad aspettare.
Se invece salterai la fila, il solito Club, ti rinfaccerà il solito doppiopesismo. Così fan tutti (anche tu), quindi stai zitto.
E’ moralmente giusto non pagare il biglietto dell’autobus se riesci a malapena a sfamare i tuoi tre figli? Certamente non lo è.
Se lo pagherai, starai rispettando la legge, seppur timbrando il tuo biglietto accanto ad un ridente giovanotto in abiti firmati, che magari liquiderà la tua convalida dando di gomito al suo solito, degno amico. Insieme al quale, molto probabilmente, sarà salito su quello stesso autobus, appositamente sprovvisto di biglietto, come da consumata abitudine.
Eppure, se non lo pagherai, il solito Club ti rinfaccerà il solito doppiopesismo. Così fan tutti (anche tu), quindi stai zitto.
Ora, questo non è un esplicito (e neanche implicito) invito ad una pratica collettiva di esproprio proletario.
E non è neanche un documento di sfiducia nella macchina della Giustizia, incapace di elementari tutele.
E’ solo un invito a rileggere Carl Marx, laddove scriveva di “Struttura” e “Sovrastruttura”.
Della prima farebbero parte tutte le indispensabili esigenze umane, dal cibo, all’acqua, al lavoro (e al biglietto dell’autobus, se non puoi permetterti un’auto e l’unico lavoro che hai trovato dista chilometri da casa).
Della “Sovrastruttura” tutto ciò che fa parte delle attività umane (leggere, scrivere, pensare, giocare), conseguenti al mantenimento delle primarie “Strutture” vitali.
A stomaco vuoto non si legge e non si lavora. Viceversa, senza lavoro non si mangia (non sempre…).
Esempio: erano “strutturalmente” liberi gli operai FIAT che per il 46% hanno detto no ad un accordo alla cui formazione non avevano potuto partecipare, ma alla cui attuazione avrebbero dovuto sottostare, pena il lavoro? No, non erano liberi di dire no, perché così avrebbero perso il loro lavoro e non avrebbero potuto neanche più sfamare loro stessi e le loro famiglie. Eppure quasi uno su due votò no.
Appare sempre più chiaro che in un Italia iper-garantista con le classi dirigenti e super-punitiva con quelle subordinate, il rispetto della morale (e della legge) diventano sempre più un lusso che pochi possono permettersi. Ciò che si vuole sostenere qui, è che la popolazione di questo Paese deve essere messa in grado di poter rispettare la legge.
Se non si vuole che quel 46% pronto a perdere il lavoro (Struttura), per rispettare un proprio impedimento morale a firmare un accordo lavorativo peggiorativo,perda ogni fiducia e corra ad iscriversi al Club precedente, al Club del più Furbo.
In cui per non rispettare la legge, basta non sentirne la minima necessità. In cui, viene lasciato naturalmente ad altri il “ricatto”morale e legislativo, del rispetto della Sovrastruttura, anche in mancanza della Struttura. Anche se, chissà per quanto ancora.

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Luca e Paolo, il peggio di Sanremo

16 Febbraio 2011, 10:59am

Pubblicato da Nicola Di Turi



Sempre sia difesa la satira. Che la facciano Vauro, Striscia la Notizia o Luca e Paolo.
Ma questo è solo uno spottone nazional-popolare su Rai1, in prima serata,  che pasticcia tutto e mette sullo stesso piano Montecarlo e prostitute, sputtanamenti (falsi) con inchieste serie e meticolose (verissime, anche se da provare).
Hanno pure infamato la Boccassini, dipinta come una vendicatrice su commissione (basta portarle qualche filmino e lei parte..). Una cittadina qualsiasi, che fa soltanto il suo lavoro di magistrato, ma ha avuto la sfortuna di trovarsi per le mani un processo del Presidente del Consiglio. Perciò viene continuamente esposta al pubblico ludibrio televisivo, messa sullo stesso piano del suo imputato eccellente, ma con un potere (mediatico e politico) infinitamente minore. Una cittadina contro un impero. Anche a Sanremo.
Questa è satira addomesticata e opportunamente pasticciata per andare in prima serata, su Rai1, nel programma più nazional-popolare (quindi politico..) della tv: Sanremo.
Rispetto per tutti i tipi di satira, sempre e comunque: ma ci sarà un motivo se su quel palco ci vanno Luca e Paolo, mentre Daniele Luttazzi deve starsene seduto a casa a guardarli in poltrona?

P.S: dal profilo Facebook di un certo Umberto Eco: “Ho dato un'occhiata a Sanremo. Sembrava regnare un pò di confusione e molto imbarazzo. Imbarazzo di tutto. Ovvero: come cantare quando c'è ben poco da cantare e come dire qualcosa su Berlusconi senza finire sospesi dai suoi editti.”

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‘Ndrangheta, la Metastasi del Nord

15 Febbraio 2011, 10:47am

Pubblicato da Nicola Di Turi

recensione per Chiarelettere Editore


“Metastasi” di Gianluigi Nuzzi e Claudio Antonelli (Chiarelettere, 2010, Euro 14.6) è soprattutto un racconto dettagliato del potere della ‘Ndrangheta. Non a Reggio, Cosenza o Gioia Tauro, ma a Milano e province limitrofe. Infatti, se è vero che le ‘ndrine nascono in Calabria, nel libro troviamo anche racconti di questo tipo: “..legammo un ragioniere di Valmadrera (Lecco..) al ponte sul Lago a testa in giù, con una corda ai piedi, calandolo su e giù nell’acqua finchè non ce la fece più. Doveva cedere dei palazzi di sua proprietà e l’ordine era di spaventarlo. Poverino, l’abbiamo lasciato in mutande.”

A parlare è Giuseppe Di Bella, uno dei pochissimi pentiti di ‘Ndrangheta, che decide di vuotare il sacco e raccontare retroscena e verità inediti della sua carriera criminale nel lecchese, dall’interno del clan di Franco Coco Trovato.  Un’organizzazione da 1500 affiliati nella ricca Lombardia, operante nei settori più vari, dalla droga al traffico d’armi, dai sequestri di persona agli investimenti commerciali per miliardi. Per arrivare agli immancabili rapporti con la politica.
Di Bella racconta di essere stato testimone oculare di un incontro, nel marzo del 1990, tra Franco Coco e il futuro ministro Gamma, politico di Lecco della Lega Nord. Affiancati da una donna bionda, i due discutono e si scambiano pacche sulle spalle appoggiati alla Ferrari del boss, parcheggiata nello spiazzale di una scuola. Gamma, oltre che una lettera dell’alfabeto greco è uno pseudonimo utile a coprire l’identità di una persona che potrebbe presto essere coinvolta in indagini della magistratura. Subito però, si è fatto il nome di Castelli, politico di Lecco, leghista e futuro ministro. Il pentito racconta che dopo questo incontro, il boss imporrà agli ‘ndranghetisti di votare Castelli (Gamma..) alle Regionali e poi alle Politiche, spingendolo a diventare prima deputato e poi senatore. La ‘ndrangheta aveva scelto il suo cavallo e aveva puntato tutto su di lui. A prescindere dalla necessaria verifica giudiziaria, il racconto dei rapporti tra ‘ndrangheta e politica al nord, non si ferma a Gamma.
Emerge una preoccupante e imponente presenza  del voto di scambio a Bordighera, Olginate, Lecco, Trezzano sul Naviglio, Cisano Bergamasco. Concessioni edilizie, appalti e pratiche per l’avviamento d’imprese affidate a tempi di record ail clan dei Trovato (chissà se fischieranno le orecchie al Veltroni del 2008, “ 1 impresa in 1 giorno”).
“.. La Ndrangheta fa politica, sceglie e propone gli uomini da candidare e poi si impegna a sostenerli; i clan sono attivi, mentre i politici sono passivi e subiscono le scelte della Santa, in cambio di decisioni che non la toccano minimamente”, continua Di Bella.
Attraverso il racconto di queste probabili collusioni e della clamorosa vicenda di Gianni Versace, il libro si è guadagnato le luci dei riflettori con un servizio di Striscia la Notizia e una puntata di Annozero. Dicevamo appunto di Gianni Versace.
Lo stilista viene ucciso il 15 Luglio 1997. A Dicembre 1997, Di Bella racconta che lui e un amico ricevono l’ordine di trafugare le ceneri dello stilista dal cimitero, in cambio di  un miliardo di Lire. Il pentito racconta che Versace non è stato ucciso, che a Luglio si trovava a Zurigo e l’omicidio fu una messinscena per salvarlo da guai finanziari, debiti e rivelazioni dei rapporti con boss come Franco Coco, o i De Stefano. “Ce l’avevano nelle mani” dice Di Bella, perché gli fornivano droga e quadri in cambio di investimenti nell’azienda, utili al riciclaggio del denaro sporco.  Agli atti risulta infatti nel 1996 un’assoluzione per indagini del Fisco sul gruppo e che i Versace ottennero ben 40 miliardi dalla polizza sulla vita, dopo la morte di Gianni. Santo Versace, il fratello dello stilista, ha rigettato ogni parte di questa ricostruzione. Ma questo è quello che racconta Di Bella. E a questo punto, a qualcuno sarà venuto da chiedersi: ma perché Di Bella parla? Perché lo fa proprio ora? Perché attraverso due cronisti e non con i magistrati?
In sei mesi il cancro si è portato via la moglie di Pippo Di Bella. Il pentito, assieme a Filippo Barreca, con le sue rivelazioni alla magistratura ha già fatto arrestare molte persone. Con il libro, vuole soltanto far comprendere al grande pubblico la pericolosità di questa organizzazione.
Dalla bocca di questo uomo in fuga dal suo passato e rimasto solo con un figlio, strappato alla realtà alla quale cerca di affezionarsi ad ogni trasferimento forzato del padre, escono queste parole:  “..Io al 99% verrò ucciso, ecco perché esco allo scoperto anche con voi. La ‘ndrangheta non si lascia, dalla famiglia si esce solo con i piedi davanti. Se oggi parlo è perché è morta mia moglie Federica di cancro. Ho deciso. Lo devo a mia moglie e a mio figlio. Siete pronti? Devo capire se siete uomini d’onore, oppure dite si e poi mi scaricate o non scrivete nulla”.
L’invito ai due cronisti, alla compartecipazione del suo dolore e della sua svolta, non è casuale. Giuseppe Di Bella è ormai un uomo solo, che vive con i 1200 euro mensili dello Stato in un monolocale da 40 mq. Il pentito non sembra chiedere alcuna compassione o forma di assoluzione per aver scelto coscientemente di macchiarsi di reati gravissimi; tuttavia, un rispetto necessario per chi ha deciso di autoaccusarsi anche di vicende sconosciute (vedi trafugamento ceneri Versace). Vicende che la ‘ndrangheta non dimentica.
Soprattutto perché non è un’organizzazione come le altre. I suoi pentiti si contano sulle dita di una mano, così pochi che è difficile dimenticarli. Il pentimento avviene così raramente, perché la ‘Ndrangheta tesse e intreccia rapporti familiari tra i suoi affiliati (la figlia di un boss sposa il figlio di un altro Capobastone), rendendo difficile un pentimento contro familiari stretti.
Di Bella era un siciliano “esterno” all’organizzazione, non battezzato e senza rapporti di sangue o parentele. Perciò riesce a “smarcarsi” più agevolmente, raccontando ad esempio che “..un picciotto non battezzato prende 5-6 mila euro al mese. Uno battezzato 10 mila. Un capobastone anche 20 mila. Poi ci sono i lavoretti e se finisci dentro, la ‘Ndrangheta mantiene tutta la tua famiglia.”..
Di Bella è un “esterno”, ha seguito il consiglio del padre che non ha voluto venisse “battezzato”; ma sa raccontare comunque il rito: “… per il battesimo vieni convocato in un posto “sacro” e ti viene consegnata un’immaginetta. Serve per farti rinnegare te stesso e la tua famiglia. Quando accetti, fai giuramento di rispettare anche l’ordine di uccidere tua madre.” A Milano come a Reggio, nell’organizzazione tutto resta uguale a sé stesso e si riproduce fedelmente.
I contatti tra le lontane realtà sono così stretti, che a Milano si fa ciò che ordinano da Reggio e si prendono insieme alcune decisioni. E’ stato provato che gli esecutori materiali condannati per l’omicidio dell’assessore regionale calabrese del PD Fortugno, sono saliti più volte a Milano per consultazioni,  prima di compiere l’omicidio.
Che il Nord sia terra di conquista delle ‘ndrine, lo dimostra anche il dato che dal 1970 al 1991, dei 570 sequestri effettuati in Italia circa 200 sono della ‘Ndrangheta, la maggior parte al Nord, con 30 morti ammazzati o spariti.
Con il riscatto si comprano pale e ruspe, utili a creare imprese edili che si aggiudichino appalti milionari. A Bovalino (Reggio C.) c’è un quartiere chiamato Paul Getty, tristemente intitolato al nipote del manager americano Getty, sequestrato e il cui riscatto venne poi impiegato nella costruzione di questa opera edilizia. Per lavorare nell’edilizia come in altri settori, i clan hanno bisogno di manovalanza. Per questo motivo, i clan hanno scoperto il mercato globale, la manodopera a basso costo.
La ‘Ndrangheta si serve di manovalanza cinese o slava, cui viene ceduta la gestione pratica di attività commerciali ricollegabili a boss come Franco Coco e famiglia. I cinesi si occupano di problematiche con debitori, creditori, fornitori (livello commerciale), i clan della gestione finanziaria degli utili da reinvestire come meglio credono.
Spesso pizzerie, panifici, bar del milanese si occupano nei retrobottega di stoccaggio, taglio e smistamento di grosse partite di droga, pericolose da gestire in discoteche o night a più forte rischio di controlli. Sono spesso dei “paravento” legali, ad attività illecite e nascoste.
Il pentito racconta anche del traffico d’armi, della ‘Ndrangheta che acquista pistole della Resistenza da un partigiano, per rivenderle agli slavi. Oppure dei picciotti che passano il confine svizzero, si riforniscono da fidati armieri di Beretta da 500 euro, pagandole 200 euro, e d’accordo con questi simulano un furto per intascare i soldi dell’assicurazione sulle armi già vendute “in nero”.
Nuzzi, assieme ad Antonelli, dimostrano una padronanza assoluta dei fatti, una capacità di discernimento e di lucida analisi delle rivelazioni del pentito Di Bella. Non manca un po’ di pathos e qualche concessione al thriller, in genere nel racconto di scenari segreti e inusuali degli incontri con Pippo Di Bella (i due cronisti restano chiusi fuori dal balcone di casa del pentito; si incontrano con Di Bella e il figlio in bar e piazzali di centri commerciali deserti). Metastasi è un libro importante, da leggere per comprendere la pericolosità di un’organizzazione finora colpevolmente sottovaluta.



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La relativa importanza del privato

14 Febbraio 2011, 15:36pm

Pubblicato da Nicola Di Turi

anche su Malitalia

“E’ il governo che può svuotare le nostre tasche, sbatterci in galera, far passare un’autostrada nel nostro cortile o mandarci in guerra” scriveva Bill Moyers, un documentarista americano, nel 2004.
Eppure la tendenza a considerare i gusti dell’opinione pubblica sempre più rivolti verso lo spettacolo e sempre meno verso le argomentazioni più eminentemente politico-sociali, è soprattutto un pensiero della stampa stessa. Il pubblico vuole più spettacolo, meteo, info sul traffico e molta meno informazione su pensioni, tasse, lavoro, ambiente, temi impegnativi da seguire in maniera partecipativa e non passiva. Quindi, se i giornali vogliono guadagnare ed essere popolari devono assecondare i gusti del pubblico.
Così, quando nel 1998 si venne a sapere della relazione segreta tra Bill Clinton e la sua stagista Monica Lewinsky, ...
... i principali giornali americani (ad eccezione del New York Times) trattarono ampiamente la notizia. Il solo Washington Post dedicò 160 articoli, 35 editoriali e 230 foto allo scandalo sessuale del Presidente degli Stati Uniti. Le televisioni, con l’ausilio delle immagini fecero ancora meglio.
Eppure tutta questa attenzione verso il gossip e la vita privata del Presidente Clinton era stata richiesta dall’opinione pubblica? Gli americani volevano davvero venire a conoscenza dei particolari del Presidente adultero? O i giornali e le tv, per un eccesso di zelo verso le presunte aspettative del pubblico, hanno rinunciato al loro ruolo e hanno cercato di assecondare quelli che sarebbero potuti essere i gusti degli americani? Una ricerca postuma ha dimostrato che:
- solo il 35% dei cittadini intervistati apprezzava il lavoro svolto dai media sulla vicenda Clinton-Lewinsky;
- circa il 70% aveva una criterio di giudizio su “ciò che è notizia” ben diverso da quello dei giornalisti. E’ la percentuale di coloro che pensavano piuttosto, che andassero rese pubbliche tematiche come evasioni fiscali, o falsificazioni delle carriere accademiche dei politici;
- solo il 23% pensava che fosse necessario scrivere e parlare delle relazioni extra-coniugali del Presidente;
- infine, ben il 60% degli intervistati non pensava che Clinton (che ammise tutto pubblicamente, senza mentire agli elettori) dovesse dimettersi.
Questi dati servono ad evidenziare il tradimento della loro missione di servizio pubblico e sociale, da parte dei giornali d’informazione e della loro contemporanea perdita di credibilità. Inoltre, la stampa non era neppure riuscita ad ottenere le dimissioni del potente di turno (Clinton), perdendo anche quel ruolo di “watchdog”, quella funzione di cane da guardia della politica che la stampa dovrebbe ricoprire a nome dell’opinione pubblica.
Gli americani si sono dimostrati più maturi di quanto fossero considerati tali dai media. Questi invece hanno cercato di intercettare i gusti del popolo in maniera maldestra, proponendo il racconto di vicende intime e personali, nella speranza di far immedesimare e appassionare un pubblico che forse non conoscevano più. Infatti non ci sono riusciti.
Infatti i cittadini volevano trovare sui giornali d’informazione le vicende di interesse pubblico, non molto altro. Con tutta evidenza, pensavano che le vicende scandalistiche dovessero essere relegate a questioni personali, di livello più basso e destinate ad essere trattate da altri tipi di periodici. Questo era il pensiero del popolo, dopo il sex-gate americano.
Probabilmente questo atteggiamento è uno dei frutti di una democrazia veramente matura, con alle spalle quasi 250 anni di crescita culturale e sociale.
Al contrario, in Italia l’ampio spazio dedicato dai media alle vicende di cui tutti siamo a conoscenza, denota una scarsa maturità democratica dei media e una bassa crescita del sentimento civile del popolo che si sente più attratto dal Ruby-gate, che dalla notizia di 1 giovane su 3 senza lavoro. Insomma, i giornali sembrano rispondere ad una “domanda” dei lettori. Perciò forse sessant’anni di Repubblica non sono stati sufficienti per sviluppare un senso civile ampiamente condiviso. E fino alla prossima ricerca sui gusti dei lettori italiani, questa rimarrà la fotografia più fedele della loro domanda di informazione.
Sempre che tutto ciò possa ancora interessare ai giornali italiani, se non vorranno prima o poi arrivare a chiedersi: per quale strano motivo una persona dovrebbe andare in edicola, pagare 1 euro ed essere anche fiera di leggerci?

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Berlusconi, l’F.B.I e Martin Luther King

11 Febbraio 2011, 19:14pm

Pubblicato da Nicola Di Turi


Quando Martin Luther King lottava in America per affermare i diritti dei cittadini di colore, Silvio Berlusconi aveva venticinque anni e costruiva palazzi a Milano per quartieri da mille abitanti. I due certamente non si conoscevano, ma già allora c’era qualcosa che li univa: la passione per le donne. Senza alcuna differenza tra prostitute o consenzienti, per entrambi tutto era lecito.
Era il 1961 e King era un pastore americano di colore, cultore della Bibbia e predicatore del verbo di Dio. La sua battaglia civile per l’affermazione dei diritti dei neri d’America stava riscuotendo grande favore sia nella popolazione, sia nel mondo dei media americani. Un suo presunto coinvolgimento in storie di sesso a pagamento sarebbe stato un inconveniente non da poco agli occhi dell’opinione pubblica. Una sicura perdita di credibilità che si sarebbe ripercossa senza appello sulle sue battaglie civili.
Eppure la vita disordinata di King non era un mistero. Le sue frequentazioni poco commendevoli con prostitute e i suoi continui adulteri (era sposato), erano ripetuti. E i suoi detrattori, a partire dalla Polizia americana per arrivare ai Repubblicani al governo fino al 1964, non aspettavano altro. Uno scandalo di stampo morale per sbugiardare il predicatore evangelico, che osa sfidare lo status quo proponendo stessi diritti per bianchi e neri.
Così l’F.B.I. comincia a pedinare Martin Luther King e costruisce un dossier con foto, intercettazioni ambientali, dettagli scabrosi e pagine fitte di dati, orari e spostamenti. Si serve di prostitute ingaggiate e pagate per incastrare il pastore. E, last but not least, cerca di “passare” tutto il materiale ai principali quotidiani e periodici del Paese.
Martin Luther King tradiva ripetutamente la moglie. Citava la Bibbia, ma  frequentava prostitute. Le notizie erano tutte vere e col timbro dell’autorità (l’F.B.I.). Newsweek, New York Times e Los Angeles Times avevano per le mani uno scoop clamoroso.
Eppure tutti i giornali rifiutarono le carte. Il dossier non venne pubblicato da nessuno.
Questa non era politica, la sua condotta di vita privata non andava ad inficiare minimamente la credibilità e la necessità della sua battaglia civile per l’ottenimento dei diritti di cittadinanza da parte delle persone di colore negli U.S.A. Era questa la sentenza inappellabile dei media americani.  
Oggi, nell’Italia di Silvio Berlusconi, succede che tutto ciò che trapela dalle dichiarazioni della escort di turno, finisce sui giornali. Prescindendo dai possibili reati di tali frequentazioni, esiste o meno in Italia una distinzione tra pubblico e privato? Dove finisce la politica e dove comincia la vita privata?
Insomma, in America i giornali rifiutarono storie di sesso per continuare a parlare di temi politici più importanti come diritti civili, pensioni, lavoro e tasse. Invece in Italia siamo autorizzati a pensare che si parli di Ruby anche (ma non solo, vista la possibile presenza di reati di rilevanza pubblica) per la totale assenza di politiche economiche e di temi prettamente politici. Si scrive del privato di Silvio Berlusconi anche per l’assenza di provvedimenti politici, quindi pubblici, del Presidente del Consiglio. Che la totale assenza di temi politici dal dibattito pubblico, sia la causa della presenza continuativa delle vicende private di Silvio Berlusconi sui media?
Non bisogna però ignorare lo scenario di oggi nell’informazione globale. Nel 1961 non c’era la concorrenza spietata tra tv, giornali, quotidiani, periodici e siti internet che esiste nel 2011. Oggi anche il particolare del bunga-bunga può riscuotere un successo popolare uguale se non superiore, alla notizia della telefonata del Premier in questura per far sfuggire una minorenne marocchina al controllo della Polizia Italiana. Può capitare che l’attenzione si sposti maggiormente sul bunga-bunga (privato), che sulla gravità di un possibile reato, o abuso di potere (pubblico). Tutto questo a causa di una concorrenza che porta a pubblicare un qualsiasi elemento di novità, anche se parziale, anche se poco verificato, per accaparrarsi l’audience e i lettori dei concorrenti. A tutti i costi, anche a scapito della professionalità e della credibilità del mestiere. Argomentazioni che in America, nel lontano 1961, si sono ricordati cosa fossero.

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Accendi la tv, spegni il cervello

5 Gennaio 2011, 16:52pm

Pubblicato da Nicola Di Turi


Tutto ha inizio con un annuncio sui quotidiani per reclutare 80 concorrenti e farli partecipare ad un non meglio precisato quiz televisivo. Rispondono in 13000, ne vengono selezionati 2500 dalla produzione.
Tra questi , solo 80 fortunati partecipano al colloquio con gli organizzatori in veste di concorrenti.
Al colloquio si presentano uno alla volta e la produzione spiega loro le regole del gioco, la vincita possibile.
Nell’ufficio degli organizzatori sono seduti sempre in tre: il produttore che spiega lo svolgimento del gioco, uno degli 80 concorrenti e un altro finto concorrente d’accordo con la produzione.
I veri concorrenti non sanno che lui è d’accordo con gli organizzatori, non sanno che non parteciperà attivamente al gioco. E che a loro insaputa, si alzerà dalla sedia elettrica allestita nello studio, mentre loro parteciperanno al gioco, gli faranno le domande, e lo puniranno quando sbaglierà.

Sanno invece che sarà lui a dover memorizzare in 1 minuto una serie di 27 combinazioni di parole (es. “cielo-azzurro” oppure “erba-secca” oppure “ragazza-magra”) e a doverle ripeterle esattamente ogni volta che gli chiederanno di farlo, a turno.
Pena: una scossa elettrica (vera..) di 20 VOLTS superiore alla precedente ad ogni errore.
Vince il concorrente che riuscirà a portare il malcapitato alla fine delle 27 serie di parole.  
Insomma, il concorrente di turno chiede: “cielo- ??? ” e l’altro , sempre lo stesso, dovrà accomunarlo alla parola che dovrebbe aver memorizzato in quel minuto avuto a disposizione (ovvero “azzurro”).
Se sbaglierà, subirà una scarica elettrica, ogni volta di 20 VOLTS superiore alla precedente.
Lo scopo de “La Zona Estrema”, reality francese portato in Italia (Giovedì, 8 Luglio, La7, 21:10 e presentato prima durante “In Onda”, con L. Costamagna e L. Telese), è quello di dimostrare che la televisione ha assunto ormai la forza ineluttabile di un’autorità qualunque.
Bisogna obbedirle perchè negli anni si è saputa imporre nella nostra quotidianità, col suo fare imperiale e imperioso. Spargendo precetti di vita, di comportamento, decaloghi del buon vivere e imponendoceli, dopo essere riuscita ad accreditarsi ai nostri occhi come affidabile, non discutibile, rassicurante.
Cosa può quindi un individuo solo, contro di essa? Nulla, se non prostrarsi e obbedire.
Soprattutto se si trova all’interno di un magico studio televisivo che trasmette null’altro che soggezione, con un furente pubblico alle spalle prontissimo ad accanirsi su di te se oserai andare contro l’atmosfera comune che respirano tutti, pronto ad incensarti, rendendoti omaggio per aver risposto in modo da rafforzare il patrimonio comune delle loro certezze. Eppure qualche temerario c’è stato.
Qualcuno che all’ennesimo urlo disperato del concorrente interno alla produzione (seppur finto, perché preregistrato) che sbagliava la parolina richiesta e subiva una scarica, ha osato reagire chiedendo di smetterla, che così si finiva per fargli del male. Qualcuno c’è stato.
Ma all’apposita conduttrice imbeccata dalla produzione, è bastato dire: “Non si preoccupi per lui, non possiamo fermarci ora”, che immediatamente il concorrente si sentiva autorizzato  e rassicurato, pronto ad infliggere l’inevitabile punizione. Boia per caso, ma contento di esserlo.
Pur di vincere il premio e terminare la serie di 27 parole, è stato dimostrato che il 30% degli 80 concorrenti aveva inferto la scarica mortale al concorrente sbadato, che non ricordava e per questo andava punito.
Interrogati, i concorrenti hanno quasi tutti ammesso di non essersi sentiti più loro stessi una volta entrati nello studio, immersi in quell’atmosfera che chiedeva solo di essere assecondata, caricati dal pubblico e dall’ambiente di uno stress difficilmente sopportabile.
Perciò hanno ceduto, hanno consapevolmente inferto la punizione estrema, senza riuscire a trovare il coraggio di opporsi alla conduttrice, al pubblico, alla produzione, per rompere un’atmosfera più forte di loro.  Quasi per inerzia, o ignavia.
Avrebbero ucciso un uomo soltanto per obbedire all’autorità che glielo ordinava, se solo tutto fosse stato maledettamente vero. Purtroppo la verità è che un uomo contro un’autorità è solo, vulnerabile, debole e spesso perde anche il coraggio delle sue azioni.
Questo non per scagionare quella trentina di concorrenti che avrebbero ucciso un loro simile, ma solo per avvertire della forza di uno strumento caricato di troppi significati, di troppa importanza.
Probabilmente più di quanta ne abbia. Certamente più di quanta debba essergli giustamente conferita.

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