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Nicola Di Turi

politica

Tg La7

8 Luglio 2018, 16:04pm

Pubblicato da Nicola Di Turi

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Wikileaks, ovvero l'eterna lotta tra politica e informazione

22 Marzo 2011, 15:15pm

Pubblicato da Nicola Di Turi

anche su  il Futurista e su AgoràVox 

«La stampa fu protetta nella Costituzione, affinchè potesse rivelare i segreti del governo ed informare il popolo», scriveva il giudice della Suprema Corte americana Hugo Black, nel 1971. Aveva appena assolto da ogni imputazione il New York Times per aver pubblicato i “Pentagon Papers”, 47 volumi di documenti che raccontavano degli insuccessi, dei morti civili e delle fallite strategie di guerra degli USA in Vietnam nel 1968. Tutto ciò che era stato tenuto nascosto alla popolazione americana, venne alla luce attraverso la pubblicazione di questi documenti; la Giustizia americana ne difese la pubblicazione, in nome del diritto del popolo a conoscere le vicende riguardanti il proprio Governo. Quaranta anni dopo, nel 2011, ...
... la pubblicazione dei cablogrammi riservati delle diplomazie europee e statunitensi da parte di Wikileaks, ha portato una scia di polemiche da cui non ne usciremo fin quando Julian Assange, il fondatore del sito, non verrà messo a tacere. Per aver semplicemente sbugiardato gli impomatati diplomatici che pensavano (e annotavano) delle cose, ma ne dicevano pubblicamente delle altre, Assange è costretto a fuggire e cambiare alloggio con l’assiduità di un camionista.
Naturalmente, il ruolo degli ambasciatori esteri è quello di rendere una fotografia quanto più fedele possibile del paese in cui sono inviati, al proprio Stato di appartenenza. Il tutto cercando di mantenere buoni rapporti con lo stato ospitante. Un lavoro diplomatico insomma, fare gli interessi del proprio Stato in terra straniera e senza rompere i rapporti tra le parti.
È per questo che lo smascheramento delle verità ufficiali compiuto da Wikileaks, ha suscitato reazioni degne dei più recenti regimi dittatoriali, da parte delle istituzioni democratiche occidentali (Stati, Presidenti, Ambasciatori, Ministri). Guardacaso sono spuntate due donne che accusano Assange di violenza sessuale, come se qualora fosse appurato questo reato, le rivelazioni di Wikileaks perderebbero qualche grado di autenticità. Il fatto che Assange abbia violentato o meno delle donne, non cancella i rapporti che scriveva l’ambasciatore USA in Italia (nominato da Bush) al Presidente Obama.
Rapporti segreti e cifrati, in cui l’ambasciatore (e non Assange o Wikileaks) scriveva dei festini di Berlusconi, delle amicizie intime del Premier col dittatore Gheddafi, della bassa credibilità dell’Italia all’estero. Rapporti quantomeno contrastanti con le conferenze stampa in cui l’amicizia tra Italia e USA veniva ribadita e rinsaldata continuamente dalle stesse persone, che poi appuntavano con dovizia particolari tenuti segreti poiché impronunciabili pubblicamente. L’aver svelato questo tipo di segreti ha messo la vita di Assange in grave pericolo, anche se gli Stati Uniti non ne hanno mai potuto chiedere l’arresto. Ministri italiani e non, hanno gridato al golpe, al furto di documenti segreti, alla pubblicazione illegale di atti privati, tentando invano di scalfire l’immagine pubblica di Julian Assange.
Neanche la minaccia paventata da più parti, della vulnerabilità alla quale sarebbero stati esposti i Paesi a causa della pubblicazione degli atti, ha potuto frenare la sete di informazione e la curiosità sui documenti secretati. Più sondaggi hanno dimostrato che la credibilità di Assange e Wikileaks non è scesa di molto, neanche dopo le presunte violenze addebitategli.
Negli anni ‘70 come nel XXI secolo, la giustizia ha cercato di garantire la libertà di informazione dell’opinione pubblica, mentre la politica e il governo hanno provato a raccontarle una verità ufficiale e parallela, per  essere costretti più tardi a confutare la realtà contenuta nei documenti riservati. Peraltro senza successo, come dimostrato da queste due vicende così simili, seppure lontane.
Poiché si trattò allora come oggi di documenti autentici, firmati da funzionari dello Stato e quindi inattaccabili dal punto di vista della veridicità, le medesime e sempre attuali reazioni scomposte dei governi sono sintomatiche soltanto dell’imbarazzo che dominerà i prossimi vertici internazionali. Dove diplomatici di stati diversi, col sorriso in bocca e la giusta parola sempre pronta, cercheranno di ricucire rapporti incrinati dalle rivelazioni della spia-Assange. La sensazione è però che l’individuazione del nemico comune, non servirà che a lenire le ferite causate dallo squarcio aperto da Wikileaks tra le pieghe delle sempreverdi ipocrisie istituzionali e diplomatiche.

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La relativa importanza del privato

14 Febbraio 2011, 15:36pm

Pubblicato da Nicola Di Turi

anche su Malitalia

“E’ il governo che può svuotare le nostre tasche, sbatterci in galera, far passare un’autostrada nel nostro cortile o mandarci in guerra” scriveva Bill Moyers, un documentarista americano, nel 2004.
Eppure la tendenza a considerare i gusti dell’opinione pubblica sempre più rivolti verso lo spettacolo e sempre meno verso le argomentazioni più eminentemente politico-sociali, è soprattutto un pensiero della stampa stessa. Il pubblico vuole più spettacolo, meteo, info sul traffico e molta meno informazione su pensioni, tasse, lavoro, ambiente, temi impegnativi da seguire in maniera partecipativa e non passiva. Quindi, se i giornali vogliono guadagnare ed essere popolari devono assecondare i gusti del pubblico.
Così, quando nel 1998 si venne a sapere della relazione segreta tra Bill Clinton e la sua stagista Monica Lewinsky, ...
... i principali giornali americani (ad eccezione del New York Times) trattarono ampiamente la notizia. Il solo Washington Post dedicò 160 articoli, 35 editoriali e 230 foto allo scandalo sessuale del Presidente degli Stati Uniti. Le televisioni, con l’ausilio delle immagini fecero ancora meglio.
Eppure tutta questa attenzione verso il gossip e la vita privata del Presidente Clinton era stata richiesta dall’opinione pubblica? Gli americani volevano davvero venire a conoscenza dei particolari del Presidente adultero? O i giornali e le tv, per un eccesso di zelo verso le presunte aspettative del pubblico, hanno rinunciato al loro ruolo e hanno cercato di assecondare quelli che sarebbero potuti essere i gusti degli americani? Una ricerca postuma ha dimostrato che:
- solo il 35% dei cittadini intervistati apprezzava il lavoro svolto dai media sulla vicenda Clinton-Lewinsky;
- circa il 70% aveva una criterio di giudizio su “ciò che è notizia” ben diverso da quello dei giornalisti. E’ la percentuale di coloro che pensavano piuttosto, che andassero rese pubbliche tematiche come evasioni fiscali, o falsificazioni delle carriere accademiche dei politici;
- solo il 23% pensava che fosse necessario scrivere e parlare delle relazioni extra-coniugali del Presidente;
- infine, ben il 60% degli intervistati non pensava che Clinton (che ammise tutto pubblicamente, senza mentire agli elettori) dovesse dimettersi.
Questi dati servono ad evidenziare il tradimento della loro missione di servizio pubblico e sociale, da parte dei giornali d’informazione e della loro contemporanea perdita di credibilità. Inoltre, la stampa non era neppure riuscita ad ottenere le dimissioni del potente di turno (Clinton), perdendo anche quel ruolo di “watchdog”, quella funzione di cane da guardia della politica che la stampa dovrebbe ricoprire a nome dell’opinione pubblica.
Gli americani si sono dimostrati più maturi di quanto fossero considerati tali dai media. Questi invece hanno cercato di intercettare i gusti del popolo in maniera maldestra, proponendo il racconto di vicende intime e personali, nella speranza di far immedesimare e appassionare un pubblico che forse non conoscevano più. Infatti non ci sono riusciti.
Infatti i cittadini volevano trovare sui giornali d’informazione le vicende di interesse pubblico, non molto altro. Con tutta evidenza, pensavano che le vicende scandalistiche dovessero essere relegate a questioni personali, di livello più basso e destinate ad essere trattate da altri tipi di periodici. Questo era il pensiero del popolo, dopo il sex-gate americano.
Probabilmente questo atteggiamento è uno dei frutti di una democrazia veramente matura, con alle spalle quasi 250 anni di crescita culturale e sociale.
Al contrario, in Italia l’ampio spazio dedicato dai media alle vicende di cui tutti siamo a conoscenza, denota una scarsa maturità democratica dei media e una bassa crescita del sentimento civile del popolo che si sente più attratto dal Ruby-gate, che dalla notizia di 1 giovane su 3 senza lavoro. Insomma, i giornali sembrano rispondere ad una “domanda” dei lettori. Perciò forse sessant’anni di Repubblica non sono stati sufficienti per sviluppare un senso civile ampiamente condiviso. E fino alla prossima ricerca sui gusti dei lettori italiani, questa rimarrà la fotografia più fedele della loro domanda di informazione.
Sempre che tutto ciò possa ancora interessare ai giornali italiani, se non vorranno prima o poi arrivare a chiedersi: per quale strano motivo una persona dovrebbe andare in edicola, pagare 1 euro ed essere anche fiera di leggerci?

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Berlusconi, l’F.B.I e Martin Luther King

11 Febbraio 2011, 19:14pm

Pubblicato da Nicola Di Turi


Quando Martin Luther King lottava in America per affermare i diritti dei cittadini di colore, Silvio Berlusconi aveva venticinque anni e costruiva palazzi a Milano per quartieri da mille abitanti. I due certamente non si conoscevano, ma già allora c’era qualcosa che li univa: la passione per le donne. Senza alcuna differenza tra prostitute o consenzienti, per entrambi tutto era lecito.
Era il 1961 e King era un pastore americano di colore, cultore della Bibbia e predicatore del verbo di Dio. La sua battaglia civile per l’affermazione dei diritti dei neri d’America stava riscuotendo grande favore sia nella popolazione, sia nel mondo dei media americani. Un suo presunto coinvolgimento in storie di sesso a pagamento sarebbe stato un inconveniente non da poco agli occhi dell’opinione pubblica. Una sicura perdita di credibilità che si sarebbe ripercossa senza appello sulle sue battaglie civili.
Eppure la vita disordinata di King non era un mistero. Le sue frequentazioni poco commendevoli con prostitute e i suoi continui adulteri (era sposato), erano ripetuti. E i suoi detrattori, a partire dalla Polizia americana per arrivare ai Repubblicani al governo fino al 1964, non aspettavano altro. Uno scandalo di stampo morale per sbugiardare il predicatore evangelico, che osa sfidare lo status quo proponendo stessi diritti per bianchi e neri.
Così l’F.B.I. comincia a pedinare Martin Luther King e costruisce un dossier con foto, intercettazioni ambientali, dettagli scabrosi e pagine fitte di dati, orari e spostamenti. Si serve di prostitute ingaggiate e pagate per incastrare il pastore. E, last but not least, cerca di “passare” tutto il materiale ai principali quotidiani e periodici del Paese.
Martin Luther King tradiva ripetutamente la moglie. Citava la Bibbia, ma  frequentava prostitute. Le notizie erano tutte vere e col timbro dell’autorità (l’F.B.I.). Newsweek, New York Times e Los Angeles Times avevano per le mani uno scoop clamoroso.
Eppure tutti i giornali rifiutarono le carte. Il dossier non venne pubblicato da nessuno.
Questa non era politica, la sua condotta di vita privata non andava ad inficiare minimamente la credibilità e la necessità della sua battaglia civile per l’ottenimento dei diritti di cittadinanza da parte delle persone di colore negli U.S.A. Era questa la sentenza inappellabile dei media americani.  
Oggi, nell’Italia di Silvio Berlusconi, succede che tutto ciò che trapela dalle dichiarazioni della escort di turno, finisce sui giornali. Prescindendo dai possibili reati di tali frequentazioni, esiste o meno in Italia una distinzione tra pubblico e privato? Dove finisce la politica e dove comincia la vita privata?
Insomma, in America i giornali rifiutarono storie di sesso per continuare a parlare di temi politici più importanti come diritti civili, pensioni, lavoro e tasse. Invece in Italia siamo autorizzati a pensare che si parli di Ruby anche (ma non solo, vista la possibile presenza di reati di rilevanza pubblica) per la totale assenza di politiche economiche e di temi prettamente politici. Si scrive del privato di Silvio Berlusconi anche per l’assenza di provvedimenti politici, quindi pubblici, del Presidente del Consiglio. Che la totale assenza di temi politici dal dibattito pubblico, sia la causa della presenza continuativa delle vicende private di Silvio Berlusconi sui media?
Non bisogna però ignorare lo scenario di oggi nell’informazione globale. Nel 1961 non c’era la concorrenza spietata tra tv, giornali, quotidiani, periodici e siti internet che esiste nel 2011. Oggi anche il particolare del bunga-bunga può riscuotere un successo popolare uguale se non superiore, alla notizia della telefonata del Premier in questura per far sfuggire una minorenne marocchina al controllo della Polizia Italiana. Può capitare che l’attenzione si sposti maggiormente sul bunga-bunga (privato), che sulla gravità di un possibile reato, o abuso di potere (pubblico). Tutto questo a causa di una concorrenza che porta a pubblicare un qualsiasi elemento di novità, anche se parziale, anche se poco verificato, per accaparrarsi l’audience e i lettori dei concorrenti. A tutti i costi, anche a scapito della professionalità e della credibilità del mestiere. Argomentazioni che in America, nel lontano 1961, si sono ricordati cosa fossero.

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Sogni e bugie

16 Novembre 2010, 19:16pm

Pubblicato da Nicola Di Turi

Capita spesso che accusino Nichi Vendola di ragionare solo in teoria e ancora più spesso, Silvio Berlusconi di mentire. Capita anche che nonostante tutto, queste accuse non impediscano la nascita di un rapporto “privilegiato” tra i due. 

E’ infatti nota la vicenda che riguarda Don Verzè e il suo progetto di portare in Puglia, attraverso una sinergia pubblico-privata, una costola della celebre struttura dell’ospedale San Raffaele di Milano. Come? Col beneplacito economico della Regione Puglia, quindi del compagno Nichi.
Insomma Don Verzè, grande amico di Silvio Berlusconi e Direttore del San Raffaele, aprirà un’ analoga struttura a Taranto, costruita dalla Regione Puglia e gestita dal San Raffele milanese. A qualcuno sono venuti subito dei dubbi su tutta la vicenda.

Così Vendola ha dovuto rispondere ai dubbi sollevati in merito alle modalità di assegnazione di appalti e denaro pubblico, proprio a “quel” privato e non ad altri.
Ulteriore conferma del rapporto “privilegiato” tra il Premier e il governatore pugliese è l’endorsement di Berlusconi a favore di una candidatura a Premier di Vendola. E come non citare poi, le non proprio spinose interviste al governatore apparse su Chi e Matrix?

Insomma le benevole attenzioni che il Premier e la stampa di sua proprietà rivolgono a Vendola non sono un caso, dicono i maligni.

Nichi sarebbe il perfetto tiro a segno su cui il Cavaliere scaglierebbe le freccette con su scritto Comunista, Gay, Parolaio ecc. Per la serie: come regalare una facile campagna elettorale al Premier, dicono.

Gli stessi maligni spingono per Bersani, che almeno è concreto, è stato Ministro dell’Economia, sa fare il suo mestiere.  Esattamente come Berlusconi, l’uomo che si è fatto da solo (anche se non si sa come) e che governa e non litiga con gli alleati (…) come solo i professionisti della politica sanno fare tra di loro.

Vendola invece scrive poesie, sa parlare bene e porta l’orecchino (a proposito, davvero imbarazzanti le due paginate dell’Espresso sul suo orecchino, almeno per l’intervistatrice si spera). Ma sarebbe davvero in grado di governare un Paese? A questo punto la domanda è una sola, tutta per voi.  

Al netto delle “accuse” ai due, chi scegliereste tra un uomo che regala speranze e uno che regala bugie?

Che cosa scegliereste tra la teoria (che in Puglia è già pratica) e il falso d’autore, negato o rivendicato a seconda del vento che tira (negare conoscenze mafiose, per poi rivendicare la frequentazione di prostitute)?

Così la scelta diventa “di campo”: meglio un Vendola che parla di “narrazione collettiva dei problemi sociali”, o un Berlusconi che attraverso la sua “praticità”, contratta il prezzo dell’assunzione di qualche attricetta in Rai, per esempio?

Mi accorgo che può essere un paragone forse ozioso e inutile, anche solo perché uno dei due termini di paragone (indovinate quale..) potrebbe venire meno, Fini permettendo.
Eppure forse proprio per questo,  è meglio pensarci sin d’ora.

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Savonarola con la data di scadenza

12 Luglio 2010, 14:37pm

Pubblicato da Nicola Di Turi

PUBBLICATO su AgoràVox

Luigi De Magistris
Luigi De Magistris, eurodeputato dell’Italia dei Valori, ha chiesto di avvalersi dello scudo previsto dalla Costituzione per evitare di presentarsi davanti al suo giudice. E’ imputato di diffamazione, dopo una querela di Clemente Mastella, in seguito a dichiarazioni “infamanti” rese nei confronti dell’ eurodeputato di Ceppaloni, quando già era stato eletto al Parlamento Europeo.
Perciò si appella all’articolo 68 della Costituzione che prevede una tutela per i parlamentari che si macchiano di reati di diffamazione, nell’esercizio delle loro funzioni di deputati.
E si giustifica credendo di aver compiuto un reato da parlamentare, in aula e quindi di non dover essere processato come un qualsiasi cittadino che ne offende un altro e viene denunciato.
Come se fosse un parlamentare (o un singolo cittadino, perché di questo si tratta guardando in faccia la realtà e mettendo da parte le “verità” di De Magistris) a poter decidere se e quando doversi presentare dal giudice, per rispondere di un suo comportamento. 


  
Certo, non vorremmo incorrere nello stesso difetto del De Magistris in questione, o di certa sinistra massimalista così cieca da farsi del male da sola e criticare tutti, ma soprattutto se stessi, fino a dissolversi per manifesta incapacità.
Ma la prima crepa nell’IDV apertasi con l’appoggio a De Luca in Campania “per vincere”, anche se con condanne pendenti e passate in giudicato, e questa seconda con De Magistris che si avvale di un Lodo tanto legale quanto elitario, offrono il fianco a facili strumentalizzazioni di certa stampa.
Legittime, per quanto faziose e parziali, e dannose solo per chi le subisce (o le provoca inutilmente..).  Perché se fai del motto “chi sbaglia, paga” la tua ragione sociale, poi non puoi mutarlo in “chi sbaglia, decida se pagare”, o magari “chi sbaglia, concordi la pena”, a seconda del soggetto coinvolto.
Rischi solo di perdere credibilità e di accrescere il partito del “così fan tutti”.
Ad ogni modo, mettendo da parte lo stupore per una notizia pubblicata dal Giornale, solito invece a coniare improbabili giustificazioni per i comportamenti lascivi (?!) del Padrone, appuriamo dalla lettura del Fatto e di Repubblica che la notizia per loro, semplicemente non esiste. Strano, ma vero.
Ora, il motivo per cui il Giornale mette in risalto questa notizia è noto, essendo l’undicesimo comandamento delle tavole di Silvio: tutti colpevoli, nessuno colpevole.
Come se le responsabilità altrui lavassero le proprie, o bastassero a coprirle.
Ma le responsabilità di De Magistris, ovvero le responsabilità che dovrebbe assumersi facendo parte proprio di “quel” partito e non di altri, sono evidenti tanto quanto il black-out informativo di Repubblica e Fatto. Per carità, le felicitazioni per il parto di una notizia sul Giornale sono inevitabili.
Anche perché, siamo sicuri, da domani si tornerà alla normalità.
Con Il Giornale che tornerà alla sue abituali occupazioni (cercare crepe dentro la già terremotata opposizione, cancellare ogni spiraglio di verità sulla “nuova P2” dalle parti della maggioranza e così via).
E con De Magistris che ricomincerà da dove aveva lasciato: fare il Savonarola delle cause altrui.

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La censura ha perso

26 Marzo 2010, 00:44am

Pubblicato da Nicola Di Turi



Interruzione di pubblico servizio. Questa è la sigletta che si usa per censurare le intromissioni di Gabriele Paolini nei tg. Questa è anche la sigla che però dovrebbe essere apposta in sostituzione delle trasmissioni censurate proprio in vista delle elezioni regionali.

Ma la risposta c’è stata, i telespettatori privati del servizio che pagano annualmente e obbligatoriamente, si sono riversati nelle piazze, si sono sintonizzati sulle tv locali, sui siti internet a centinaia di migliaia.
Per lanciare in massa un messaggio unico: voi ci chiudete le trasmissioni in Rai?
Bene noi le riapriamo, le autofinanziamo e ce le gustiamo ancora più liberi di prima.
Come dice Barbara Serra, tra gli invitati stasera, “in Inghilterra accendo la BBC e noto che è fatta per il popolo, in Italia accendo la Rai e noto che è fatta per i partiti”.
La lezione viene quindi dal popolo, dai cittadini –telespettatori che nonostante gli oltre 100 euro di canone Rai annuale, si sono autotassati in 50000 per 2.50 euro ciascuno, pur di consentire la messa in onda di Annozero. E gustarselo con numerosi vantaggi quali l’assenza di pubblicità senza dover pagare un abbonamento che la rimpiazziasse (come accade su Sky o Mediaset Premium).
Quindi il popolo, lo stesso nel quale Mario Monicelli non ripone alcuna speranza.
Anzi dice di odiare il termine stesso, così vicino al Potere e alla sua esplicita volontà di procrastinare all’infinito il riscatto dei diritti dei suoi sottoposti, che attendono l’avvento della speranza risolutrice annunciatagli, invece di agire in prima persona.
Lo stesso popolo italiano sempre pronto a delegare i propri diritti e le proprie libertà all’avventore di turno, all’imbonitore che millanta di poter risolvere i problemi di tutti perché lui “si è fatto da solo” e sa come fare. Salvo poi ritirare la stessa delega per impiccare in piazza chi l’ha male amministrata. Perché?
Per il semplice motivo che la realtà artefatta dei tg di regime alla fine fa sempre i conti con la realtà che la gente vive ogni giorno. Il vivere quotidiano verso il quale ci vuole un antidoto efficace.
E’ quello che suggerisce il professor Gillo Dorfles contro il “Fattoide”, l’acronimo da lui coniato per definire la realtà contraffatta spacciata per veritiera.
E non sembrava vero neanche rivedere sul piccolo schermo Daniele Luttazzi, gioioso e vendicativo nel suo devastante monologo.
Proprio lui che non ebbe l’onore della citazione durante la declamazione dell’editto bulgaro, perché chi lo pronunciò non se ne ricordò il nome, si vendica parlando dei personaggi dell’inchiesta di Trani a modo suo:”…Minzolini, Masi e come si chiama quell’altro?Ah Innocenzi…hanno fatto un uso criminoso della tv pubblica..”- “erano 8 anni che lo aspettavo!!”, dice.    
E poi Benigni e uno stanco Venditti, se vogliamo anche un po’ superfluo.
Mai quanto le scontate reazioni dei giornali di destra di domattina. E si, perché già adesso mentre scrivo sono in grado di anticiparvi i loro contenuti di domani.
Per una corrispondenza di amorosi sensi, il Giornale e Libero domani scriveranno del martire Santoro, del compagno piagnucolone che mette in scena l’ennesima adunata anti-Cav, del compagno Monicelli che grida “Rivoluzione!” , senza dimenticare il capitolo dei soldi chiesti da Santoro al suo pubblico perché gratis non lavora, e via leccando.
E già queste scontate reazioni dovrebbero suggerire qualcosa sul grado di libertà che alberga negli uffici dei vari Belpietro e Feltri, mai una volta in disaccordo col Padrone, sempre pronti a picconare i suoi nemici dietro sua imbeccata.
La libertà di abbandonare questo teatrino della politica dentro la Rai che avrebbero i consiglieri di amministrazione dell'opposizione, che invece restano al loro posto, sempre pronti a rilasciare un’intervista esclusiva a Repubblica sulle porcate censorie portate avanti dall’azienda contro quel poco che resta della libera informazione.
Naturalmente senza il loro avvallo spiegano, anzi contro la loro volontà ed è proprio per questo che restano lì a fare la loro finta opposizione.
Come i giornalistI della frangia “ Santoro è il miglior alleato di Berlusconi”, che schiera tra le loro fila i vari Vespa, Polito, Piroso e compagnia gemendo.
Silvio e Michele sono così alleati che uno dei due non dorme la notte per impedire all’altro di lavorare, cercando qualsiasi mezzuccio per chiudergli la gradevolissima trasmissione.
Costoro però risponderanno ancora che nonostante tutto nessuno è riuscito a chiudere Annozero, peraltro dimostrando l’assoluta necessità di una visita oculistica, dato che non si sono accorti della sua assenza dal video da oltre un mese e delle assolute illegalità di cui non si sono voluti macchiare gli sgherri di B. per attuare il progetto.
In ogni caso, resta la serata di stasera che crea un precedente. Ma insegna anche una lezione: questa volta la censura ha perso.




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Parli adesso o taccia per sempre

2 Dicembre 2009, 10:51am

Pubblicato da Nicola Di Turi


pubblicato su The Populi e su AgoràVox

Due più due fa quattro, Fini più Gianfranco non sempre fa coerenza.
Un Presidente della Camera che dice in serie “ l'uomo confonde il consenso popolare che ovviamente ha e che lo legittima a governare, con una sorta di immunità..siccome è eletto dal popolo... “ , “Ma io gliel'ho detto... confonde la leadership con la monarchia assoluta....”,” si devono fare queste indagini, ci mancherebbe altro ”, è evidente che abbia un pensiero alternativo.
Diverso soprattutto da un Presidente del Consiglio che inanella frasi del tipo: “..sono l’uomo più perseguitato giudiziariamente” , “..i magistrati sono malati mentalmente, mio padre diceva sempre che se vuoi fare del male nella vita, devi fare o il PM o il dentista”, “non mi interessa ciò che dicono i giudici, gli italiani sono con me perciò non mi dimetto, viva l’Italia, viva Berlusconi!”, “..è pazzesco che ci siano dei magistrati che vogliono riaprire le indagini sulle stragi di Mafia..” .
Trarre conclusioni sarebbe fin troppo semplice.

Se Fini seguisse coerentemente il suo pensiero rispettando prima di tutti se stesso, oggi dovrebbe o far valere dentro al suo partito la posizione che sostiene, oppure far saltare il banco dimettendosi e chiedendo il conto all’elettorato.
Inutile che gli strenui corifei del Capo, i “bodyguard del pensiero” (vedi alla voce ex-sindaci PCI, poi folgorati sulla via di Arcore) si affrettino a gettare acqua sul fuoco sostenendo che Fini, in fondo, le ha sempre dette queste cose.
Peggio possiamo sentirci volendo avallare questa tesi; cosa resta a fare in quella coalizione allora?
Per salvare la poltrona? Per caso è anche lui vittima di questo sistema elettorale malato che porta le coscienze all’ammasso in virtù di una logica maggioritaria?
Ha forse paura che i parlamentari da lui stesso nominati, gli voltino le spalle pur di salvaguardare la tenuta della maggioranza e quella delle loro seggiole? Misteri irrisolti.
Restano i fatti che rivelano un’incompatibilità tra i due fondatori del PDL, divergenze insanabili se non con logiche di appartenenza al partito e di difesa ad oltranza dello stesso e della propria carica sociale.
Su Berlusconi c’è poco da dire. L’unica cosa a cui tiene è salvarsi dai processi, dal passato che lo assale e oggi gli presenta il conto.
È dall’inizio della legislatura che ci si occupa di fabbricare leggine ad hoc e sostenere impunemente in pubblico o la necessità delle stesse, o l’ inconsistenza delle accuse, o la malattia dei giudici oppure adesso la valenza collettiva di provvedimenti personalistici.
Subito fu presentata la “blocca processi” (che minacciava l’estinzione di centomila processi, per eliminarne uno), poi il Lodo Alfano (approvato solo per guadagnare il lasso di tempo tra luglio 2008 e ottobre 2009, data della bocciatura della Corte Costituzionale) e ora la prescrizione breve (ultimo schizzo d’ingegno del maestro Ghedini, da mesi chiuso in meditazione alla ricerca della leggina perduta).
Insomma l’ex capo MSI deve sciogliere il nodo, prendere posizione e non tornare nei ranghi se vuole dar seguito alle parole spese.
Dal leader del PDL non ci si può aspettare il ribaltone per lo scopo utilitario (o da “utilizzatore finale” che dir si voglia) di cui si diceva prima.
Da cittadino comune bisogna andare ai processi e non difendersi dagli stessi, non si gode dell’ autorizzazione a procedere (sistematicamente negata da 22 anni dal Parlamento ad ogni richiesta della magistratura), non si possono far lavorare i propri avvocati-deputati in Commissione Giustizia per brevettare l’ultimo modello di scudo giudiziario.
Da Premier si può fare tutto ciò. Sempre che il partito sia d’accordo (no problem, i deputati sono nominati direttamente dal Premier) e i co-fondatori anche.
“..Se c’è qualcuno che non è d’accordo, parli adesso o taccia per sempre..”. Vero Gianfranco?

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Chi ha paura di Beppe Grillo?

15 Luglio 2009, 11:25am

Pubblicato da Nicola Di Turi

Confesso che anche io all’inizio non credevo agli anatemi di un comico, lanciati via internet seduti comodi davanti uno schermo, a battere su una tastiera. Mi ero lasciato persuadere da quei vecchi lupi di mare della politica, che un giorno si e l’altro pure gli davano del capo-popolo, del populista, del qualunquista, del Re dell’antipolitica, dell’affarista ben pagato dai suoi sostenitori-spettatori (embè?), per ultimo del “comico che lancia boutade”(P.Fassino).
Ebbene si, mi ero lasciato convincere da chi lo dipingeva così: “Grillo è l’arci-italiano del peggio, sempre vittima e mai carnefice” (sua santità, minuscolo in attesa d’improbabili sviluppi, E.Scalfari).
Poi però cerchi di pensare con la tua testa, per una volta.


E scopri che il Re dell’antipolitica ha una professione, anzi più d’una dato che è comico (tiene spettacoli in tutta Italia, essendo stato appositamente epurato dalla Rai), blogger di successo (400 mila accessi quotidiani al suo blog, Repubblica.it ne registra 1 milione circa), promotore di referendum (qualcuno riuscito, ma in attesa di discussione dentro un cassetto del Senato da 2 anni, qualcuno meno), apprezzato all’estero (per Forbes è il 7° blogger più influente del mondo) tant’è che viene intervistato da CNN e Al Jazeera. Nemo propheta in patria, dicevano gli antichi. Vale anche oggi, soprattutto in Italia.
Tuttavia, c’è della pregnanza in un uomo che è sempre riuscito ad emergere nel libero mercato più truccato dell’Occidente; Grillo esiste perché c’è qualcuno che paga per vedere i suoi spettacoli, compra i suoi dvd e lo segue giornalmente sul blog (l’ultima performance è gratis, finora).
Prima obiezione: Fassino, D’Alema & co., che ruolo avrebbero nella società se non si fossero fatti eleggere vita natural durante in Parlamento (con mogli al seguito, vedi soldato-Piero)? Che ruolo avrebbero nella società se fossero passati al vaglio degli elettori, rinunciando al blocco delle preferenze vigente nella legge elettorale, che gli ha garantito un comodo scranno da deputati?
Chiediamo troppo, questo non ci è dato sapere.
Si dice di lui che sia il Re dell’antipolitica. Se così fosse, perché temere la candidatura a segretario del PD di un uomo privo di programmi politici? Che argomenti di persuasione potrebbe usare il buon uomo in questione? Non sarebbe forse più innocuo di un fiammifero dentro ad un oceano di idee già consolidate?
Seconda obiezione: nel silenzio generale dei media (a proposito, ultimamente rimpolpati dal Governo con un’iniezione di 140 milioni spalmati in due anni alla voce “ aiuti all’editoria”, come si dice, a buon rendere), Grillo ha aperto un fervido dibattito di idee sul suo blog, aperto a chiunque fosse interessato.
Temi discussi per mesi da esperti (premi nobel dell’economia come Geremy Rifkin) e semplici cittadini, che hanno portato a stilare la Carta di Firenze, dodici punti di programma politico per le Liste a Cinque Stelle presentatesi alle amministrative di Giugno 2009, con 42 consiglieri eletti sparsi per l’Italia.
Dodici punti in cui si parla di decrescita economica, modelli di sviluppo alternativi ad una produzione male canalizzata come la nostra, acqua pubblica e non in possesso di società private quotate in Borsa, energie rinnovabili, eolico e solare, biomasse, raccolta differenziata, internet senza fili ovunque e gratuito per tutti.
Insomma Grillo propone programmi seri e con una discussione alle spalle degna di premi Nobel.
Avete per caso sentito Bersani, Franceschini, Marino parlare di programmi proponendo le candidature?
O forse, da quelle parti si è sentita solo l’eco di litigiosità sulla spartizione del partito, sull’eterno dualismo Veltroni-D’Alema che ha dilaniato quel che resta (dispiace dirlo) della sinistra italiana?
Ecco allora il problema: i big del Partito hanno il terrore che possano essere spazzati via da un comico, da uno qualunque, da un qualunquista Re dell’antipolitica che ha dei programmi e disquisisce di economia con un Nobel. Certamente incredibile, ma anche inaccettabile, per qualcuno.
Il Giullare di turno viene bollato come pazzo. Non è stato forse il destino dei più grandi protagonisti della storia essere fotografati come tali? Possono personaggi del calibro della Finocchiaro avere paura di un commediante che ha pur sempre scoperto truffe come Cirio e Parmalat prima della magistratura?
Si, possono e la stanno avendo.
Per giunta si tratta sempre degli stessi democratici che si riempiono la bocca di “primarie aperte a tutti” e “democrazia interna al partito”.
Salvo poi attaccarsi a cavilli burocratici per proteggersi da un comico e rintanarsi dentro al loro confortevole loft, discutendo se sia giusto o meno firmare una tregua con un corruttore al capo del governo, su precise indicazioni del garante terzo della Costituzione Giorgio Napolitano, che evidentemente non ha di meglio da fare.
Per finire, sull’attendibilità o meno della candidatura di Grillo decideranno gli elettori stessi del PD, se gli sarà consentito farlo dai Leader Maximi del XXI secolo.
Comunque vada sarà un successo per lo sconquasso causato nelle torbide acque democratiche ,ma soprattutto per le idee messe in campo di cui ci si auspica venga fatta man bassa da partiti di ogni colore, vista la validità comprovata delle stesse.
Nell’attesa una cosa è certa: non fidarsi di ciò che dicono soloni incartapecoriti nei loro ruoli, ammuffiti da un sistema aperto a parole e chiuso nella pratica, non è una scelta. E’ un dovere.

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Il Re è nudo

21 Giugno 2009, 18:55pm

Pubblicato da Nicola Di Turi

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Il regime arcoriano sembra volgere al termine. Ci sono i presupposti per non assistere alla conclusione di un nuovo Ventennio, forse dovremo accontentarci solo di questi tre lustri. Potrebbe cadere, travolto dalle stesse insegne che andava pubblicizzando lungo tutta l’Italia.
Il fregio di tante battaglie è diventato sfregio. Le medaglie e la gloria mutate in pubbliche umiliazioni e insopportabile disonore. L’orgoglio e il vanto,repentinamente trasformatisi in vergogna e terrore di essere smascherati.
Seppur in regime di par-condicio il black-out di tutti i TG nazionali (ad esclusione del TG3) sulla vicenda, la dice lunga sulla gravità della stessa.
Un Premier forse già ricattato (se così, onore alle mutande per non aver ceduto), ma tuttora ricattabile dalle sue conoscenze che definire border-line sembra un eufemismo.


Un Premier vittima delle sue sbandierate pulsioni, in mano a cosiddette ragazze-immagine pronte a sfogare a mezzo stampa il loro rammarico per la mancata remunerazione delle prestazioni offerte.
Per giunta, anche i corifei del Padrone d’Italia sembrano battere la ritirata. Uno dopo l’altro rimangono basiti a fronte di una dovizia di particolari da far invidia al Clinton dei bei tempi andati.
I pompieri autorizzati del Capo, soliti cercare presunti scheletri nell’armadio di chi osa alzare la testa, sembrano quasi provati dalle continue sollecitazioni a cui li sottopone la movimentata vita del Padrone, intenti come sono a coprire d’infamia ogni nemico o presunto tale, all’occorrenza.
Restano a difendere la Corte solo il valoroso Feltri (è di questi giorni un editoriale da far impallidire perfino Bonaiuti), che si affretta a liquidare come impotente, l’uomo che ha glorificato da stipendiato (al Giornale) e non (Libero) come il più grande tombeur de femmes del Terzo Millennio.
Ad accompagnarlo, l’elegante Carlo Rossella per cui non si trovano altri aggettivi utili a definirlo.
Il buon uomo liquida le cene a Villa Certosa e a Palazzo Grazioli come giocondi incontri tra amiconi un po’ attempati, con termine tassativo fissato alla mezzanotte.
Non correrò il rischio di dimenticare il soldato-Fede, che dallo scranno dell’autorevole TG4 intima alla stampa di mezzo mondo di seguire la sua condivisibile decisione di non parlare più della faccenda.
Insomma ciò che succede dentro la residenza del Presidente del Consiglio (il riferimento è a Palazzo Grazioli in Roma, per chi facesse confusione con la privata Villa Certosa in Sardegna), pagata con i soldi dei cittadini e recante una enorme bandiera italiana fuori dal balcone, non deve interessare.
Come non dovrebbe interessare la goffaggine di un avvocato che definisce il suo cliente impunibile perché “utilizzatore finale” e non intermediario di ragazze a pagamento.
E non dovrebbe interessare neanche che l’avvocato di cui sopra riveste la doppia funzione di deputato-legale del Presidente del Consiglio, per colui il quale scrive le leggi in Parlamento e se ne difende in Tribunale casomai gli si dovessero ritorcere contro.
Queste cose in un Paese civile non dovrebbero interessare, perché non dovrebbero esistere.
Forse è giunta l’ora di liberarsi dal torpore instaurato prima di tutto attraverso un’egemonia culturale e poi attraverso lo svuotamento dall’interno delle leggi che regolano le istituzioni.
Il popolo è sovrano, il suo voto lo è di più. Ma tutti devono essere messi a conoscenza dell’operato del loro Premier, farsene un’opinione ed esprimere una preferenza.
Tutti devono essere nelle stesse condizioni e l’informazione è criminale se omette, cestina e devia l’attenzione, di ciò che privato non è se si parla dell’uomo che si è liberamente assunto l’onere di rappresentare pubblicamente la collettività.
Non esiste l’equidistanza da fatti privati e opinioni politiche, deve esistere l’equi-ferocia verso l’acquisizione della realtà, verso destra e sinistra, nord e sud.
Solo così si mettono al bando le negatività, che sviscerate di volta in volta, costringono il potere al rispetto delle istituzioni che governa e che hanno la precedenza su chi ci mette piede pro-tempore.
L’orologio sembra segnare l’ora X, il tempo è scaduto, sembrano esserci tutti i presupposti per il cambio della guardia anche a destra dove, se ci fosse per davvero un partito liberale e non uno dedito al libertinaggio, ne gioverebbe l’intero sistema.
Se vogliamo anche a sinistra dove, superata l’anomalia italiana del Sovrano ormai destituito, si potrebbe reinventare un partito che a molti è sembrato finora la copia mal riuscita, il cugino sfortunello di un’unica, grande famiglia senza distinzioni di sorta.

P.S: trasferiamoci tutti in Iran. Ripeto. Trasferiamoci tutti in Iran.

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