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Nicola Di Turi

politica

Sapere di non sapere

19 Maggio 2009, 17:58pm

Pubblicato da Nicola Di Turi



In uno di quei sondaggi pre-elettorali utilissimi ad aprire dibattiti e alimentare discussioni prima delle elezioni, ma rivelatisi di anno in anno meno affidabili nella veridicità delle previsioni ho notato un aspetto interessante. Il grafico di cui sopra mette in relazione le risposte degli intervistati sulle loro intenzioni di voto e il loro grado d’istruzione maturato al momento dell’indagine conoscitiva.
Non può che risaltare agli occhi il dato dei (presunti) votanti del PDL: le cifre dicono che più si abbassa il grado d’istruzione degli elettori, più si alza la percentuale di votanti per quel partito.
Non ci sarebbe nulla da sorprendersi se ci ricordassimo questa dichiarazione: “Il pubblico a cui devo rivolgermi sono delle persone che hanno al massimo la seconda media come titolo di studio e sedevano all’ultimo banco”.
Chi parla così non è un parvenu della politica (anche se così veniva definito qualche tempo fa), bensì l’attuale Presidente del Consiglio.
Lungi da me giudicare ignorante l’elettore del PDL solo perché non ha una laurea, o si è fermato alla quinta elementare magari perché la famiglia non era in grado di farlo studiare.
Anzi, il suddetto elettore probabilmente nella sua scelta risponde per istinto di conservazione alla necessità di tutelare i propri interessi. Quindi il commerciante, il piccolo imprenditore come il possidente votano PDL convinti di trovare dentro quel partito degni garanti dei propri interessi personali, mentre avrebbero difficoltà a definire tali i rappresentanti della sinistra.
Questo perché al solo sentire parlare di tassazione dei ricchi, redistribuzione sociale, giustizia uguale per tutti (con tempi e procedure uguali per ricchi e poveri) e diritti dei lavoratori, quella borghesia lì scappa a gambe levate.
Per inciso tutti cercano di coltivare il proprio piccolo orticello, di costruirsi il loro micro-mondo impermeabile e inattaccabile. Perché lo stato è carogna, ci vuole tutti uguali, cerca di rubarci anche quel poco di ricavi che abbiamo messo da parte. Troppe tasse, troppi oboli, troppa burocrazia.
Proprio per questa inclinazione al risparmio, l’italiano medio si è tenuto lontano da carte di debito all’americana ( a giusta ragione) e soffre la crisi meno che gli americani.
Per queste motivazioni e per altre (c’è per esempio la gara tra chi meglio rappresenti il partito-confessione della Chiesa con tanti saluti alla laicità dello Stato e a ciò che ne consegue, si veda il testamento biologico), c’è un elettorato che non sentendosi all’altezza di alte argomentazioni ( e c’è tutto l’interesse del politico nel farsi capire sempre meno), delega la tutela di se stesso e dei suoi interessi al partito.
Thomas Hobbes teorizzò tutto ciò già nel Seicento affermando la teoria del Leviatano al di sopra di tutto e tutti per grazia divina ricevuta ed eletto al suo posto per ricevere le libertà di ogni suo suddito disponendone illimitatamente ma, secondo la concezione dei suoi sottoposti, nel loro interesse.
Risulta evidente come più scenda il grado d’istruzione di un elettore e più aumenti il suo senso di inadeguatezza alle grandi decisioni politiche, ai dibattiti che lo toccano anche nel profondo, ma a cui lui si sente inadatto a parteciparvi e il politico di turno spinge più che può per accentuare tale inadeguatezza e ottenere il voto-delega. Non a caso “sapere uguale potere”.
Ma alla tendenza che riguarda il PDL non corrisponde un opposto schieramento di elettori “istruiti” verso le forze progressiste e di sinistra. Perché direte voi?
Cercando di darmi una risposta ho pensato forse che Berlusconi abbia saputo come nessun altro parlare alla gente comune, che la sinistra sia stata concepita spesso come elitaria e compiaciuta dell’esserlo, quasi disinteressata a governare il paese e inadatta allo stesso. Saccente ma anche litigiosa, bella tanto da specchiarsi continuamente e piacersi sempre di più. Perciò quale sarebbe la soluzione?
L’errore più grave che potrebbero fare tutte le forze progressiste (dal PD all’ IDV, da Sinistra e Libertà alla Lista Comunista) sarebbe sicuramente quello di inseguire Berlusconi sul suo terreno, fatto di facilonerie nell’affrontare problemi complessi (si veda l’immigrazione), semplificazioni degli stessi per produrre spot efficaci da vendere al popolo, nel solleticare facili paure della gente e cavalcarne l’onda.
Essere diversi è la soluzione.
Dare l’immagine ( qui bisogna fare enormi passi in avanti nella comunicazione e nel radicamento forte sul territorio) di uno schieramento compatto e diverso nelle proposte della destra.
Bisogna non sembrare la logica continuazione del Berlusconi-pensiero (inteso nella sua più personale inclinazione alla tutela dei propri interessi) con l’unica differenza nell’apparire una versione sbiadita e perdente dell’originale.
Cercando di non farsi la guerra in casa (si veda PD-IDV) e ricordandosi anche di quell’ala a sinistra (Sinistra e Libertà e la Lista Comunista) tanto vituperata negli ultimi tempi e incolpata della caduta del Governo Prodi quando i responsabili veri furono Dini e Mastella (entrambi passati coerentemente oggi nel PDL , col ceppalonico oggi ripagato del favore con una candidatura alle Europee) . Quella sinistra non solo fu incolpata ingiustamente, anzi fu costretta così tanto a snaturarsi votando anche provvedimenti invisi ai suoi più diretti elettori, tanto da restare fuori completamente dal Parlamento italiano.
L’unione, la diversità di proposte e la comunicazione efficace di ciò che si fa.
Perché fare è più importante che parlare. Ma farlo sapere è importante allo stesso modo.

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Rond(in)e a primavera

2 Marzo 2009, 18:07pm

Pubblicato da Nicola Di Turi

Ronde si? Ronde no?
Sembra essere questo il dubbio amletico che affligge milioni di italiani alle prese con una cosiddetta emergenza nazionale sufficientemente pompata dalla grancassa dei media: la sicurezza (o mancanza di).
Sul tema dell’insicurezza generale si fondano campagne elettorali, si girano film, ma soprattutto si infondono paure.
Paure che esigono poi una risposta immediata, una soluzione o un tentativo, almeno.
L’ultimo in ordine di tempo è l’istituzione delle ronde, vere e proprie squadre o organizzazioni di volontari, che si riuniscono pattugliando le strade negli orari più a rischio per stanare possibili delinquenti e segnalarli alle forze di polizia.

Seppur spinte da uno scopo utile, queste uscite di gruppo sono spesso sfociate in un vero e proprio assalto al “diverso”, in linciaggi o rincorse gratuite a probabili delinquenti giudicati tali da un collegio di probiviri armati di polenta e forchetta.
Esigenza nobile, effetti collaterali un po’ meno.
Siamo stati informati dell’esistenza di due fronti: coloro che sono a favore della regolarizzazione delle ronde (in talune parti d’Italia esistono già da qualche tempo) e coloro che non le ritengono necessarie perché invece credono sia più utile foraggiare le esangui casse delle forze di polizia istituzionali, anziché lasciare i cittadini alla giustizia fai da te.
Tradizione vuole infatti che nel nostro Paese viga l’equazione poco matematica e molto italiana che accomuna lo straniero (meglio se clandestino) direttamente e senza ombra di dubbio a un criminale efferato.
Dato che gli stranieri in Italia sono ormai quattro milioni, da qui l’interrogativo sulle ronde.
La destra di governo è naturalmente schierata a favore, mentre la sinistra è naturalmente contraria.
Si tratta di posizioni speculari per le quali il governo è costretto di tanto in tanto a dare un contentino ai leghisti livorosi che altrimenti minaccerebbero repentine crisi di governo; mentre la sinistra deve, se vuol tornare prima o poi al governo (?), rappresentare per forza un contraltare alle proposte della maggioranza. Posizioni speculari quanto ideologiche.
Buon senso vorrebbe che di fronte ad una problematica che riguarda tutta la popolazione, si mettessero da parte istanze corporative di qualsivoglia colore per fare spazio a una sintesi costruttiva.
Al cospetto della comune esigenza di maggiore sicurezza giudico valide entrambe le proposte: più soldi alle forze dell’ordine e maggiore responsabilizzazione civile dei cittadini.
Ritengo valido il monito di varie autorità teso a garantire maggiori stanziamenti di fondi alle forze di polizia, per legge preposte alla tutela della sicurezza e della legalità. Che nessuno lo neghi.
Allo stesso modo non me la sento di bocciare il progetto delle ronde, che devono però essere necessariamente regolamentate e limitate al fine di evitare facili degenerazioni.
Che male c’è nel consentire il libero formarsi di associazioni di volontariato, regolarmente censite, assolutamente disarmate e in continuo contatto con la Polizia?
Perché proibire a gruppetti di cittadini (indipendenti da forze politiche di ogni colore) di passeggiare per strade poco frequentate e in orari particolari per avvertire prontamente la Polizia nel caso sorprendessero uno spacciatore al lavoro?
Si dirà che già oggi chiunque può chiamare la Polizia in casi simili in tutta libertà, senza l’ausilio del “gruppo”.
Ma perché vietare l’aiuto che potrebbe arrivare ai poliziotti da cittadini liberi e civicamente ben educati, seppur associati e non separati nell’azione?
Invece no, ognuno cerca di acquisire consensi pro domo suo e il dibattito è risolto con un decreto accompagnato dall’ennesima prova di forza di chi si sente libero da ogni vincolo di discussione parlamentare seppur davanti ad un tema di rilevanza generale.
Malgrado ciò per fare le cose bisogna essere sempre in due, almeno.
Perciò non si possono tacere sia le colpe di chi fa il suo gioco d’imposizione del potere a colpi di decreti, sia quelle di chi offuscato da lenti ideologiche e da logiche ispirate al consenso momentaneo (peraltro fallimentari finora), smette di guardare al tema e oppone pregiudiziali di circostanza.

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Al cittadino non far sapere

17 Febbraio 2009, 19:28pm

Pubblicato da Nicola Di Turi

Nell’ormai fragoroso e oltremodo abituale silenzio che accompagna i provvedimenti in materia di giustizia da parte del Governo (salvo poi risvegliarsi di colpo dal torpore per portare in piazza senatori prossimi centenari), sta per essere varata la nuova legge sulle intercettazioni.
Il testo del DdL pone seri interrogativi su due fronti: magistratura ed informazione ma, andiamo con ordine.
Tra le “innovazioni” riguardo l’uso delle intercettazioni da parte dei magistrati, vi sono dei punti significativi circa le reali intenzioni della legge in questione.

Ai Pubblici Ministeri sarà concesso intercettare dei sospetti per un massimo di 60 giorni; per cui se durante il 60esimo giorno un sequestratore annuncerà per telefono a un collega che l’indomani gli dirà dove ha nascosto il bambino sequestrato, alla mezzanotte il P.M. dovrà in ogni caso staccare la spina, e arrivederci al piccolo.
Altra limitazione riguarda i reati da poter perseguire mediante l’impiego delle intercettazioni, in altre parole i reati che implicano pene superiori ai 10 anni (esclusi quindi i reati finanziari, delle banche, puniti con circa 3/4 anni di carcere) e i reati attinenti il terrorismo e l’associazione mafiosa.
Bene (si fa per dire), come se il mafioso si professasse tale dal primo giorno in cui decidesse di cominciare a delinquere; è noto infatti, come si parta sempre dall’accertamento di reati puniti con pene inferiori ai 10 anni (furto, stupro, rapina ecc.) per poi ripercorrere la “carriera” di tali individui ed eventualmente risalire al loro ruolo all’interno di associazioni mafiose.
Purtroppo se si parte indagando su una rapina non si potrà intercettare il telefono del ladro (perché il furto è un reato passibile di una pena inferiore al limite dei 10 anni), ergo sarà impossibile arrivare a una sua possibile implicazione in associazioni mafiose intercettandolo.
Infine ecco la ciliegina sulla torta: è introdotto un limite di budget economico a disposizione dei P.M. per intercettare. Che cosa vuol dire? Significa che se si sta intercettando un sospetto e finiscono i soldi a disposizione della procura, si dovrà staccare tutto magari informando gentilmente il delinquente che potrà continuare a fare il suo mestiere fino allo stanziamento del nuovo budget previsto per l’anno successivo. Follie su follie, e si parla solo della magistratura.
Perché se analizziamo i provvedimenti a carico della stampa, c’è da stupirsi davvero (se ancora ci si riesce).
Sarà vietato agli editori di far pubblicare sui propri giornali stralci, riassunti, parti o intere intercettazioni fino all’inizio del processo (in genere 4 anni dopo l’inizio delle indagini), anche se ormai pubbliche perché in possesso degli avvocati di accusa e difesa. In caso di trasgressioni saranno previste pene pecuniarie. Insomma si svuota il portafogli degli editori, per chiudere la bocca ai giornalisti. Tutto in nome della privacy.
Come se non si sapesse che gli atti (e le intercettazioni) coperti da segreto già oggi non si possono pubblicare con pene già previste per i disobbedienti.
Ciò che si è letto finora su Calciopoli, sui “furbetti del quartierino”, sulle cliniche-macellerie erano intercettazioni non coperte da segreto istruttorio (tranne poche deprecabili eccezioni), dunque pubbliche e pubblicabili.
Come si vede la privacy è un puro pretesto, utile solo a solleticare paure e agitare folle.
Il vero progetto di questa nuova legge è nascondere agli occhi della pubblica opinione ogni barlume di verità sgusciato finora dai tribunali e pubblicato sui giornali prima del dibattimento processuale.
Mentre dall’altro lato, si sta tentando di rendere inservibile lo strumento delle intercettazioni ai magistrati, col solo scopo di complicargli il lavoro d’indagine.
Le censure dell’A.N.M. (sindacato dei giudici), ma soprattutto la reazione sdegnata e fortemente contraria alla legge da parte del Consiglio Superiore della Magistratura, dovrebbero suggerire qualcosa.
Tutto ciò con le controindicazioni del caso: se sapremo solo alla conclusione delle indagini che nella banca X usavano i risparmi della gente in modo “disinvolto”, fino alla data del processo, ignari di tutto, porteremo ugualmente i nostri risparmi al sicuro (si fa per dire). Oppure andremo lo stesso a curarci in quella clinica vicino Roma (la Santa Rosa) ignari delle conseguenze fisiche su di noi. Se all’apertura delle indagini invece, fosse pubblicato un breve resoconto sui giornali, faremmo lo stesso quel ricovero in quella clinica della Capitale?

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Garantismi

28 Dicembre 2008, 16:32pm

Pubblicato da Nicola Di Turi

Giudicare per credere. Dopo le inchieste di Firenze e Napoli che hanno coinvolto le giunte amministrative del PD a vari livelli, si sono susseguite le dichiarazioni dei politici di varia estrazione.
Al solito Berlusconi prontamente sostenuto dai cortigiani di turno, si è unito un coro di no contro lo straripante potere (a loro dire) della magistratura sulla politica, troppo pulita ed impegnata a dare ottimi esempi di (s)perequazione del denaro pubblico per essere anche lei sotto giurisdizione come i comuni cittadini.
Se da un pluri-inquisito e pluri-imputato (a volte assolto, a volte prescritto, a volte condannato) Berlusconi ci si potesse aspettare un (a dir poco) interessato appello al “garantismo” per le vicende giudiziarie del PD, la sorpresa poteva venire dall’unione al coro contro la magistratura da parte del partito di Veltroni.
Attesa prontamente smentita dalle dichiarazioni del segretario del PD, il quale ha gridato allo scandalo dopo la scarcerazione dell’ex-sindaco di Pescara D’Alfonso.
Unica voce fuori dal coro l’Italia dei Valori con Di Pietro che, coinvolto in famiglia (vedi figlio) nell’inchiesta di Napoli, ha subito chiesto alla magistratura di fare il suo corso e a suo figlio di scusarsi (oltre che naturalmente di render conto di fronte alla legge) per un comportamento peraltro probabilmente irrilevante in termini di reato.
Naturalmente ci troviamo di fronte a situazioni giudiziarie diverse tra loro (atavico rapporto Berlusconi-giustizia e poi i casi Pescara,Firenze,Napoli e Basilicata interni al PD), passate in giudicato e non, spesso ancora a livello d’inchiesta e quindi men che meno passibili di giudizio preventivo.
La vicenda di Pescara infatti, mette in luce come i capi di imputazione al sindaco permangano e si aggravino in taluni casi tanto da giustificare il provvedimento detentivo nei confronti di D’Alfonso.
La scarcerazione dopo nove giorni arriva solo dopo le dimissioni del sindaco e quindi, dopo l’accertata impossibilità dello stesso di occultare le prove a suo carico (vedi ordinanza).
Non c’è nessuno scandalo, è il corso normale della giustizia.
Pescara rappresenta l’ennesima occasione persa dal PD per prendere in modo netto le distanze dalle posizioni di Berlusconi sulla giustizia rimaste immutate negli anni.
Veltroni avrebbe potuto benissimo chiedere alla magistratura di fare il suo corso guadagnando certamente punti in credibilità, senza peraltro fare qualcosa di fantascientifico dato che la magistratura farà quel che deve a prescindere dalle dichiarazioni di questo o quel politico.
Sarebbe bastato prendere spunto dal vituperato Prodi, che colpito da un inconsistente caso-intercettazioni estratto dal cilindro degli house-organ del Presidente del Consiglio (Panorama, Il Giornale), chiese immediatamente di pubblicare tutto e di far luce sulla vicenda senza chiudersi a riccio, peraltro inutilmente.
Invece, come in occasione della revoca dell’ autorizzazione a procedere all’uso delle intercettazioni che riguardavano Massimo D’Alema nell’ inchiesta dei cosiddetti “furbetti del quartierino”, anche oggi il PD rinuncia a fare luce sulle inchieste che lo riguardano trincerandosi dietro scudi immunitari.
Come si dice, tutti per uno, uno per tutti!

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Quell’illustre sconosciuto

1 Dicembre 2008, 23:32pm

Pubblicato da Nicola Di Turi


All’interno del decreto (l’ennesimo) anti-crisi, è emersa una norma già ribattezzata anti-pay tv, cioè contro le tv a pagamento, cioè contro l’unica tv a pagamento satellitare che esiste in Italia, cioè contro Sky.
La norma prevede il ripristino dell’ IVA sugli abbonamenti alle tv satellitari sul valore del 20 %, mentre fino ad oggi e dal 1995 era stata fissata sul 10 % per agevolare il mercato delle pay-tv allora sottosviluppato.
Al contrario oggi Sky conta su 4,6 milioni di abbonati (quindi su almeno 10 milioni di telespettatori reali) e si potrebbe sostenere che a obiettivo raggiunto (estensione del mercato), sarebbe opportuno equiparare l’IVA sugli abbonamenti di nuovo sul 20% come avviene sulla maggioranza dei prodotti italiani da vendita.
Si potrebbe dicevo, ma se ne può fare anche a meno visto l’argomento tanto ozioso quanto vicino (e non lontano) dagli interessi degli italiani.
L’aumento dell’IVA infatti, toccherebbe direttamente il portafogli degli abbonati per circa 50 euro annuali in più di abbonamento pari a 4 euro mensili di sovraccarico.
Si dirà, pochi, quasi nulla. E invece no.
In tempi di crisi conta tutto e invece di aumentare il carico fiscale, sarebbe opportuno che il governo desse più soldi alle famiglie (come peraltro sta facendo, in parte).
Ricordo che questo era il governo del “meno tasse sugli italiani”.
Era il governo che rompeva la politica economica “lacrime e sangue” dei ben noti vampiri Prodi e Visco.
Ora ricordiamocelo, questo è lo stesso governo che aumenta le tasse a circa 5 milioni di persone.
Tra questi 5 milioni ci saranno anche gli esponenti del PD. E’ l’unica spiegazione plausibile per giustificare la levata di scudi successiva all’approvazione della norma anti-Sky. Norma che è riuscita a far resuscitare un anacronistico quanto attuale residuo precedente alla "stagione del dialogo”: il conflitto d’interessi.
I maligni hanno subito pensato al solito Berlusconi che vuole danneggiare la concorrenza di Mediaset per favorire il suo tornaconto personale.
Ai maligni il Presidente del Consiglio ha subito risposto che la norma danneggia anche Mediaset, che ha una sua quota nel mercato televisivo satellitare. Peccato che il 92 % di questo mercato appartenga a Sky e solo il 5 % a R.T.I. (società che controlla Mediaset). Peccato, che per ogni abbonato Mediaset che viene sovratassato, subiscano lo stesso trattamento 20 abbonati Sky. Diciamo pure che il danno non è uguale.
Inoltre, tornando al compianto conflitto d’interessi, si potrebbe anche pensare ad un provvedimento sensato del Governo che in tempi di crisi elimina un privilegio quando non ne sussiste più la necessità.
Ma se il provvedimento viene emanato da un signore che oltre ad essere Presidente del Consiglio possiede anche 3 TV, e queste sono le dirette concorrenti in campo commerciale del danneggiato (Sky), è lecito pensare che non siamo di fronte all’abbattimento di un privilegio, bensì ad un favore reso sottobanco ad un’azienda di famiglia.
Tutto questo dopo che sotto il precedente governo Berlusconi , si era avviato il progetto del Digitale Terrestre con lo Stato che invogliava i cittadini a comprare i decoder auto-prodotti nel garage di famiglia dal fratello del Presidente.
Concludendo, se non fosse per l’evidente conflitto d’interessi, la vicenda si sarebbe risolta senza polemiche inutili perché in linea teorica sarebbe stato giusto eliminare un privilegio istituito 13 anni fa in nome di un mercato sottosviluppato allora, e molto florido oggi.
Tuttavia l’anomalia tutta italiana di un Presidente del Consiglio proprietario di televisioni, banche, assicurazioni, società di calcio, società cinematografiche, case editrici, giornali, società per l’edilizia e chi più ne ha più ne metta, viene tirata in ballo un giorno si e l’altro pure non per l’antiberlusconismo dei comunisti cattivi-mangiabambini, ma perché il signore in questione sta dappertutto e giocoforza ogni tanto si trova ad essere coinvolto contemporaneamente in due settori diversi (Politica-Televisioni).
Quest’anomalia tutta italiana si chiama conflitto d’interessi e chiudendo gli do in benvenuto per essere tornato tra noi.

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Obama dè noantri

11 Novembre 2008, 22:35pm

Pubblicato da Nicola Di Turi


Subito dopo le elezioni americane (ma anche prima) è partita la corsa a chi assomiglia di più a Barack Obama. Chi gli è più amico? Chi ne condivide di più progetti e idee? Chi più gli assomiglia per gli slogan, per i modi di fare? Un precursore degli obamisti è stato sicuramente Walter Veltroni.
Lo scorso aprile in piena campagna elettorale, si affannava a ripetere lo slogan dell’americano, “Yes, we can” e come controcanto, giusto per essere bipartisan, neanche nominava il nome “del principale esponente dello schieramento a noi avverso”.
Allora Obama era ancora impegnato contro Hillary Clinton nelle primarie per l’elezione del candidato democratico alla presidenza; allora come oggi, visti i risultati italiani, Obama si sarà reso sicuramente protagonista di chissà quali scongiuri e avrà pregato Veltroni, se possibile, di evitare paragoni futuri. Paragoni appunto, che hanno la consistenza di un castello di sabbia.
Tanto per cominciare, Obama ha nominato eccome sia il “principale esponente dello schieramento a lui avverso”, sia il nome dell’attuale Presidente.
Ha fatto nomi e cognomi del principale colpevole della situazione economica e estera degli U.S.A. (George W. Bush) e ha nominato eccome il candidato repubblicano John McCain. Lo ha fatto proprio per marcare le differenze abissali tra le politiche degli stessi e i suoi progetti futuri. Lo ha fatto per sancire una netta linea di demarcazione tra il vecchio e il nuovo, tra la continuità repubblicana di McCain e la discontinuità democratica da lui rappresentata.
Insomma, ha inchiodato Bush alle proprie responsabilità e ha evidenziato le proprie differenze con McCain. E’ riuscito a rappresentare la vera alternativa a quel tipo di politica, la gente ha capito e lo ha votato.
Per esempio, Obama vuole allargare la prestazione sanitaria di base a tutti i cittadini, mentre finora è stata un lusso per pochi e non un diritto per tutti.
Per esempio, Obama vuole dare libero accesso alle università a tutti coloro che se lo meritano e non solo a coloro che possono permetterselo, economicamente parlando; vuole fare ciò attraverso una riduzione delle tasse universitarie ormai altissime.
Per esempio, Obama vuole invertire i dati occupazionali attuali (negli U.S.A. la disoccupazione è arrivata al 6.5 %) e riportare le retribuzioni a livelli più alti: vuole farlo reintroducendo il salario minimo garantito.
Per esempio vuole tassare maggiormente il Captail Gain (rendite finanziarie) frutto di speculazioni borsistiche e redistribuire questo plusvalore tagliando le tasse a cittadini meno abbienti (la maggioranza, la gente comune), piccole imprese e case automobilistiche (in forte crisi, anche se è lecito chiedersi se si è arrivati o si arriverà a breve, ad una saturazione del mercato automobilistico).
Per esempio, ha fatto finanziare la sua campagna elettorale alla gente comune che ha donato 5-10-20 $ dal suo sito internet, al contrario di McCain che come tutti gli altri candidati del passato ha alle sue spalle i finanziamenti delle grandi multinazionali americane; ciò vuol dire avere le mani libere per prendere le proprie decisioni senza dover avere come principali referenti gli “sponsor” americani. Sono nette quindi, le differenze tra gli ex-candidati americani.
Per esempio, in Italia non si può dire lo stesso.
Veltroni e Berlusconi dicevano quasi le stesse cose in campagna elettorale con la sola differenza che Veltroni aveva da smaltire l’eredità dell’armata brancaleone del governo Prodi, mentre Berlusconi non faceva altro che evidenziare i litigi che avevano fatto cadere il governo e parlare dell’incremento delle tasse, effettivamente avvenuto seppur per cause indipendenti da quel governo. Insomma, Berlusconi aveva il vento in poppa e Veltroni soffiava a favore.
Ecco, un po’ come se Obama non avesse neanche nominato “il principale esponente dello schieramento a lui avverso”…

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Qui niente è impossibile

7 Novembre 2008, 20:33pm

Pubblicato da Nicola Di Turi


Il 4 novembre 2008 è una data che passerà alla storia.
Non è retorica , ma è la semplice constatazione che è avvenuto un cambiamento storico.
Non è possibile fare a meno di notare che con l’elezione di Barack Obama a Presidente degli Stati Uniti d’America si è abbattuto uno degli storici tabù sociali, quello razziale: essendo infatti il primo Presidente nero della storia, è essenziale marcare il segno sul colore della pelle essendo la prima volta che avviene ciò. Quando si ripeterà con una certa regolarità, allora si potrà fare anche a meno di mettere l’accento sul fattore razziale. Per ora no, bisogna farlo.
Come detto quindi, proprio il motivo razziale deve aver spinto buona parte degli elettori a votare per lui.
Una sorta di riscatto collettivo per una comunità, quella dei neri d’America, da sempre bistrattata e solo da qualche decennio al centro della vita sociale. Obama ha saputo incarnare il diffuso risentimento di quella parte della società americana che arrivò sul suolo statunitense 400 anni fa incatenata come bestie.
Come ricordava ieri Vittorio Zucconi, editorialista di Repubblica, Obama diventerà il padrone di casa di quella Casa Bianca costruita 200 anni fa dai suoi antenati neri per accogliere intere generazioni di presidenti bianchi. Ora no, ora le cose sono cambiate. Sarà un Presidente nero ad accogliere Capi di Stato e delegati di paesi stranieri per decidere assieme le decisioni sul futuro del mondo.
Accanto al motivo razziale vi è senz’altro la crisi finanziaria ad aver accelerato l’ascesa di Obama.
Il nuovo Presidente ha saputo incarnare il sentimento diffuso nella maggior parte dei cittadini americani di odio e riscatto verso l’elite finanziaria, i grandi manager delle grandi banche arrichitesi a dismisura sulle spalle dei lavoratori dipendenti sempre più sull’orlo del baratro.
Le proposte di Obama sono fortemente mirate a tracciare un filo di discontinuità con le politiche di Bush.
Politiche che hanno portato buona parte dei cittadini americani a perdere il posto di lavoro e a non riuscire a pagare più le rate dei mutui salite ben al di sopra delle loro possibilità economiche ma, ad avere la possibilità di poter possedere ognuno un’arma propria, perché a costo di questa libertà l’americano medio è disposto a pagare qualsiasi prezzo.
Affianco a tutto ciò, manager con stipendi sempre più alti frutto di speculazioni senza freni in Borsa, derivanti dalle politiche di “deregulation”, del mercato lasciato libero di autoregolamentarsi mentre si allargava a dismisura la forbice di ricchezza tra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri.
Una crisi questa, che si sta allargando a macchia d’olio anche in Europa e anche all’economia “reale”, che non riguarda più solo quella “virtuale” in Borsa. Perché se le aziende quotate perdono denaro investito a “vuoto”, poi sono costrette a ripescare quel denaro perso tagliando stipendi, posti di lavoro. E se aumenta la disoccupazione si riducono i consumi perché la gente non ha più soldi da spendere, diminuisce la domanda e quindi la produzione e l’economia dei paesi non cresce.
Questa è la più grande sfida del nuovo Presidente. Far ripartire l’economia e ridare il “sogno” agli americani.
Il “sogno” di poter sempre sperare di realizzare qualcosa di importante partendo da zero e puntando solo ed esclusivamente sulle proprie capacità, come è scritto sulla biografia di Obama, cresciuto senza genitori, ma capace di laurearsi sfruttando tutte le possibilità che un grande paese come l’America offre a chi ha voglia di fare.
Un altro grande “uomo del fare” italiano, che va in giro fregiandosi di parlare a nome di tutti gli italiani ha accolto l’elezione di Obama con un bel “complimento”: “ E’ giovane, bello e abbronzato ”.
Bene, io non mi sento rappresentato da una persona che dice queste cose ed è l’immagine italiana nel mondo. Io non penso queste cose e non le pensano almeno altri 1200 italiani.
Un altro affiliato al club italiano “del fare” ha pensato bene di non smentire, né scusarsi dopo aver detto che “Al Queda sarà più contenta se Obama verrà eletto”, soltanto perché McCain rappresenterebbe meglio l’ideale di un Presidente-poliziotto, essendo stato soldato in Vietnam, capace di combattere efficacemente il terrorismo.
Non credo ci sia bisogno di commentare tali affermazioni anzi voglio porre l’accento davvero sul personaggio McCain. Dopo la sconfitta elettorale ha ribadito di fronte ai suoi stessi elettori e alla Nazione intera che “Obama è stato più bravo di me. Obama è il mio Presidente, il presidente di tutti”.
Questa è la vera immagine dell’uomo McCain, non quella distorta data da qualche rappresentante del club sopracitato. Club che si affanna a dire in queste ore che bisogna aspettare Obama al varco, vederlo di fronte alle prime difficoltà, che deve mantenere le promesse fatte.
Lui (Obama) dice che nulla è impossibile. Che tutto si può fare. Yes, we can.

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A volte ritornano ...

4 Novembre 2008, 19:49pm

Pubblicato da Nicola Di Turi


“Ho una vecchiaia serena. Tutte le mattine parlo con le voci della mia coscienza, ed è un dialogo che mi quieta. Guardo il Paese, leggo i giornali e penso: ecco qua che tutto si realizza poco a poco, pezzo a pezzo. Forse sì, dovrei avere i diritti d' autore. La giustizia, la tv, l' ordine pubblico. Ho scritto tutto trent' anni fa.”
(REPUBBLICA – AREZZO, 28 SETT 1993)

“Sul Piano di rinascita democratica l'unico che può andare avanti é Berlusconi”.
(ANSA - FIRENZE, 31 OTT 2008)

Parole e musica firmate Licio Gelli.
Passano gli anni ma resistono piani di rinascita, venerabili maestri, poteri più o meno occulti.
Ho sempre avuto la curiosità di capire cosa fosse la P2 e quali fossero gli obiettivi che si proponeva di raggiungere. Ho colto l’occasione di leggere il Piano di Rinascita Democratica in questi giorni durante i quali ha destato clamore l’arrivo in prima serata tv di Licio Gelli.
Ancor più clamorose sono state le dichiarazioni che il Venerabile Maestro ha fatto circa l’attuazione del Piano di Rinascita Democratica e il collegamento con l’attuale governo.
L’obiettivo primario della Loggia segreta Pubblicità 2 era di costituire un club formato da 30-40 persone con le mani in pasta su vari livelli della vita italiana ma, soltanto i migliori nel loro campo (imprenditori,politici,magistrati, operatori finanziari, amministratori pubblici), con ognuno capace di ”dettare legge” all’interno del proprio settore.
Il piano era Democratico perché non voleva in alcun modo che accadesse un rovesciamento del potere istituzionale a mo di golpe ma, prevedeva lo svuotamento dall’interno della democrazia attraverso l’affiliazione al club di soggetti sempre più influenti sul panorama nazionale per arrivare infine (attraverso una catalogazione dettagliata di obiettivi a breve, medio e lungo termine) a governare il paese. Tutto ciò in modo tale da perpetuare, quantomeno, l’influenza dei componenti del club nell’elite del Paese, lasciando il sistema di potere sempre nelle stesse mani.
Tutto in linea con la legge, tutto in modo occulto senza alcun colpo di Stato.
Tutto attraverso una sottile ragnatela fittissima partendo dal mondo politico, passando per stampa e sindacati con fine ultimo il consenso dei cittadini.
La cosa sconcertante è che i punti da attuare contenuti nel Piano sembrano specchiarsi nell’agenda politica dell’attuale governo, per stessa ammissione dell’ottimo Gelli .
Quindi scrivo sconcertante e non sorprendente, vista l’attualità delle esternazioni riportate sopra.
La loggia si proponeva di selezionare esponenti del campo politico e distribuirli in tutti gli schieramenti di destra e sinistra per controllare l’intero panorama politico: accanto ai “politici scelti” dovevano esserci i “giornalisti scelti”, mezzo di propaganda e dichiarati simpatizzanti dei primi, utili se non altro a costruirgli un’ immagine ottima.
Riguardo i sindacati bisognava cercare di marcare le divisioni e i contrasti fra le opposte fazioni interne in modo da scatenare lotte intestine che avrebbero portato prima o poi allo scioglimento o alla perdita di credibilità degli stessi dinanzi ai lavoratori.
Ma è proprio riguardo la “rinascita politica” che il piano presenta degli aspetti molto attuali: infatti qualora un componente della loggia fosse riuscito ad essere eletto a capo del governo, il piano si sarebbe semplificato enormemente perché l’obiettivo di lungo termine (il consenso dei cittadini) sarebbe stato raggiunto senza la stesura dell’articolata tela di rapporti di cui sopra.
E’ noto come il Presidente Berlusconi fosse all’interno della loggia, possedendo la tessera P2 numero 1816. Che bella accelerata che ha subito il piano eh! Seppur con 30 anni di differita, ma ci siamo ormai!
Infatti: per i magistrati si proponeva (e si sta proponendo) di introdurre esami psico-attitudinali per l’accesso alla professione oltre che la responsabilità civile (per colpa) di coloro che avrebbero sbagliato.
Riguardo la Pubblica Amministrazione si proponeva (e si sta proponendo) di pagare parte delle pensioni dei dipendenti statali (la P2 era più drastica, il provvedimento riguardava gli stipendi) in buoni statali (BOT) quotati al 9% e non commerciabili per 2 anni.
Riguardo la stampa si proponeva (oggi, sembra quasi anacronistico ripeterlo) di acquisire mezzi di informazione dominanti nel paese (L’Espresso, Panorama) e creare una tv via cavo (Canale 5 nacque così e sappiamo a chi è in mano da sempre) per soggiogare l’opinione pubblica sotto le proprie idee di restaurazione e mantenimento del potere.
Riguardo le norme della Giustizia si proponeva (e si propone or ora) la separazione delle carriere tra P.M. (che indaga) e Giudice (che decide in base agli atti da lui stesso raccolti, in veste di P.M., o consegnatigli da terzi); la responsabilità del Ministro della Giustizia sull’operato del P.M. (pensate se Alfano fosse responsabile e controllore del pool di Milano: credete che le indagini sinora svolte su Berlusconi si sarebbero compiute ugualmente, con il P.M. e i giudici morsi alle caviglie dal Ministro ad personam?); infine, la riforma del C.S.M. direttamente controllato e responsabile di fronte al Parlamento (risultato: cancellazione totale dell'autonomia della Magistratura con conseguente unione e commistione tra potere legislativo e potere giudiziario, insomma roba da terzo mondo).
L’attualità dei temi e delle proposte è palese tanto da dover ammettere che le affermazioni di Gelli non possono essere campate per aria, bensì sono fatte con cognizione di causa.
Ecco perché sostenere che la P2 oggi è al Governo non è poi così azzardato se guardiamo nel merito delle cose.

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Saldi di fine estate

11 Settembre 2008, 16:50pm

Pubblicato da Nicola Di Turi


Oggi giovedi 11 settembre scade l’ultimatum del Governo ai sindacati per accettare il piano di salvataggio di Alitalia in merito all’offerta presentata dai 16 imprenditori italiani uniti sotto la sigla C.A.I. (Compagnia Aeroportuale Italiana).
Si sa già che il Governo e i magnifici 16 possono fare a meno dell’accordo e proseguire nell’attuazione del piano congiunto per rilevare la vecchia Alitalia.
Il piano denominato Fenice (dal nome del mitico animale dell’antichità che una volta morto era capace di resuscitare dalle proprie ceneri ripetendo il meccanismo all’infinito) prevede la suddivisione della vecchia compagnia in due società: la Bad Company, brutta, sudicia, fallita e piena di debiti e la Good Company, affascinante, scattante, conveniente e a prezzo di saldo.
Naturalmente la Good Company è pronta ed impacchettata destinata ai 16 valorosi salvatori della Patria mentre la Bad Company è già sul groppone dello Stato assieme ai suoi debiti regressi derivanti dalla vecchia Alitalia. Questo processo di divisione della vecchia compagnia attesta la socializzazione delle perdite (addebitati nella loro totalità allo Stato) e la privatizzazione dei profitti (accreditati fin d’ora alla nuova C.A.I.).
Qui sorge un dubbio: ma non era questo il Governo della decentralizzazione di potere dallo Stato verso regioni e sindaci (federalismo)? Eppure questo è sempre lo stesso Governo, che fa dell’interventismo dello Stato e dell’assistenzialismo verso aziende private il suo modus operandi.
Questo è quanto ci troviamo ora di fronte e la causa principale è un vezzo tanto elettorale quanto propagandistico: Berlusconi in persona in campagna elettorale, pur di non avallare la proposta del precedente Governo di accettare l’offerta di Air France, profetizzò la discesa in campo di una cordata tutta italiana pronta a salvare l’Alitalia. Ora, a distanza di due-tre mesi si è trovato a dover mantenere la promessa e pur di riuscire nell’intento ha stravolto le regole di mercato infischiandosene, inoltre, dei lavoratori in esubero che nel frattempo nel nuovo piano industriale sono cresciuti di numero.
Dicevo di Air France-KLM, il colosso franco-europeo del trasporto aereo che a marzo presentò un piano industriale ben diverso da quello dei nuovi furbetti del quartierino. Ebbene bastava mettere da parte gli interessi di cui sopra per salvare molti più lavoratori (adesso si parla di 7000 esuberi a fronte dei 2500 di Air France-KLM) , garantire più collegamenti europei e mondiali per i passeggeri italiani e prezzi di gran lunga minori degli attuali, vista la dimensione internazionale dei nuovi proprietari.
Al contrario è stata fatta saltare la trattativa (dopo vari ultimatum posti da Air France e rimandati solo per i litigi tra il vecchio governo Prodi e l’allora opposizione ) per poi riuscire a dire in questi giorni che “…Air-France è scappata ritirando l’offerta…”.
Adesso pur di mantenere le promesse elettorali e far fronte alla disperata situazione di una azienda ormai fallita, sopravvissuta fino a settembre solo grazie al prestito-ponte di 300 milioni gentilmente elargito dalle casse pubbliche dello Stato, sono state bloccate temporaneamente le leggi di mercato (come si può leggere nel bando di vendita della compagnia) per favorire la discesa in campo dei 16 imprenditori, con a capo Colaninno senior.
Proprio Colaninno è la parola chiave per determinare il ruolo dell’opposizione del PD in questa vicenda.
Il paradosso ha voluto che uno dei tanti conflitti d’interesse alla base di questo accordo (ricordiamo che Corrado Passera, presidente di Intesa San Paolo, banca-advisor che ha gestito la vendita di Alitalia dallo Stato alla C.A.I. è allo stesso tempo membro dei 16 acquirenti!!) coinvolgesse proprio Colaninno padre e figlio perché quest’ultimo nelle vesti di Ministro dello Sviluppo Economico del governo ombra del PD, sarebbe l’incaricato a criticare il piano industriale del padre e dei suoi colleghi o quantomeno, ad avanzare proposte alternative. L’imbarazzo della situazione è palese e non necessita ulteriori spiegazioni.
Ad un’opposizione con le mani legate aggiungeteci un’informazione di regime che non sa fare altro che propagandare le decisioni del Governo “del fare”, e il Cocktail Alitalia è servito. Bevete pure.

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Liberateci tutti

10 Settembre 2008, 15:57pm

Pubblicato da Nicola Di Turi


Alla fine dell'estate rischia di scoppiare un nuovo caso relativo alle carceri sovraffollate. Nel 2006 l'emergenza arrivò in piena estate e si decise di porre rimedio attraverso l'indulto, il più grande errore del governo Prodi. Trattasi di grande errore perché a due anni di distanza la quasi totalità dei detenuti liberati si è macchiata di nuovo di reati ed è tornata in cella. Con un doppio risvolto: i cittadini hanno provato sulla loro pelle la maggiore insicurezza derivante dal provvedimento in questione e come conferma della sua inutilità, l'indulto ha restituito alle carceri quasi lo stesso numero di detenuti.
Le carceri sono sovraffollate? Certo, ci sono troppi detenuti...
E’ la risposta che danno molti esponenti politici senza mai chiedersi però, la cosa più ovvia: sarà mica il caso di costruire nuove carceri?
I detenuti semmai sono sempre il giusto e anzi, in un paese come il nostro dove la giustizia non funziona e si fa di tutto per sfasciarla, i detenuti sono pochi in rapporto a chi delinque e non viene preso.
Un dato su tutti: Inghilterra ed Italia hanno lo stesso numero di detenuti (60.000), ma in Inghilterra per arrestare 60.000 persone sono stati celebrati solo trecentomila (300.000) processi mentre in Italia per arrestare lo stesso numero di delinquenti si sono dovuti celebrare tre milioni (3.000.000) di processi. Dieci volte gli inglesi! Quindi il problema semmai è che le leggi non funzionano e quando lo fanno, invece di pensare a creare nuove carceri per accogliere nuovi delinquenti, si cerca di liberare i posti in quelle che esistono già.
Un problema potrebbe essere la mancanza di fondi per l’edilizia penitenziaria; intoppo che si potrebbe arginare riutilizzando le vecchie e note carceri dell’Asinara e di Pianosa. Carceri note per l’istituzione al loro interno del regime del 41 BIS, così mal sopportato dai boss di Cosa Nostra che lo Stato si affrettò a chiudere i suddetti penitenziari. Atro rimedio potrebbe essere quello di ripristinare l’uso di vecchie caserme dismesse assieme a grossi complessi industriali che necessitano solo di opere di adattamento e ristrutturazione.
In attesa di sviluppi, in molti auspicano la discesa in campo del Ministro della Giustizia Alfano, sempre pronto a scrivere un nuovo Lodo per l’occasione, e pronto a liberare questi poveri incolpevoli detenuti dalle grinfie dei magistrati, altrimenti noti come “metastasi della Giustizia”.
Per ora il Luminare della Giustizia, a distanza di due anni dall’indulto ha trovato la soluzione all'annoso problema del sovraffollamento: ha infatti proposto l'espulsione dalle carceri dei detenuti extracomunitari (circa 3.000) e l'istituzione del braccialetto di controllo per 4.100 detenuti "nostrani".
Riguardo al primo provvedimento bisognerebbe chiedere al Ministro come fare a dare un’ identità sicura e come fare a ricondurre precisamente al loro paese gente che non ha mai fornito dati anagrafici certi e dati sulla propria provenienza da un paese anziché da un altro. Inoltre bisognerebbe chiedere al Ministro come fare per obbligare il paese di origine prescelto (dallo Stato italiano) del detenuto extracomunitario a riaccogliere nelle proprie carceri una persona dalle non note generalità ma soprattutto, dalla non nota provenienza.
Riguardo al secondo provvedimento relativo all’ istituzione del braccialetto obbligatorio per far scontare la pena agli arresti domiciliari ai detenuti “nostrani”, bisognerebbe ricordare il precedente del 2002 al Ministro Alfano. Nel 2002 il suo illustre predecessore Castelli testò il braccialetto con 400 detenuti provocando un esborso per le casse dello Stato pari a undici milioni di euro (11!!).
Bilancio finale dell’esperienza: il braccialetto fu testato solo su 4 detenuti (dicasi 4!!) perché funzionava così bene che bastava tagliare il cinturino e scappare di casa. Oppure bastava scendere in garage allontanandosi dalla centralina collegata telefonicamente con la stazione dei Carabinieri, per causare la perdita del segnale di reperibilità e provocare l’arrivo delle forze dell’ordine allarmate dalla mancanza di segnale e quindi, dalla possibile fuga del detenuto. Perciò il problema del braccialetto sarebbe duplice: problema di costi e di malfunzionamento.
Concludendo penso che si dovrebbe risolvere il problema per sempre o perlomeno, per un lungo lasso di tempo, costruendo nuove carceri allontanando lo spettro di continue emergenze.
Anche se ciò causerebbe un esborso oneroso di denaro pubblico, per una volta sarebbero soldi ben spesi in grado di dare davvero più sicurezza alla gente non soltanto nell’immediato ma soprattutto per il futuro.

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