Overblog Tutti i blog Blog migliori Economia, finanza e diritto
Segui questo blog Administration + Create my blog
MENU
Nicola Di Turi

chiarelettere

Simone Perotti – “Adesso Basta”

25 Novembre 2009, 19:05pm

Pubblicato da Nicola Di Turi

recensione per Chiarelettere Editore
anche su The Populi e su AgoràVox

Cambiare la propria vita, adesso, immediatamente, senza ulteriori indugi.
“Adesso Basta” di Simone Perotti, edito da Chiarelettere - 14 Euro, si propone come un utile decalogo per chi vuole smettere di sentirsi uno strumento a comando che deve produrre per guadagnare, per spendere e poi ricominciare. Così all’infinito, o almeno fino alle soglie della pensione, semmai ci sarà.
Simone Perotti era un manager in ascesa nel campo della comunicazione.

Lavorava tra Milano e Roma, aveva frequenti incontri con aziende leader nel campo, multinazionali, amministratori delegati e direttori di case editrici e giornali.
Era sbarcato abbastanza giovane nel mercato del lavoro, dopo una laurea e un percorso di studi con buoni risultati. Aveva raggiunto attorno ai 32-33 anni una buona reputazione, una stabilità lavorativa accettabile. Naturalmente, uno stipendio garantito a fine mese.
Insomma, era uno che si era posto degli obiettivi e li aveva raggiunti nella maggior parte dei casi. Probabilmente era anche invidiato da qualcuno.
Accade che una mattina come altre, si trova in coda nel grande raccordo anulare di Roma, alle 7 e 35.
Scenario ben noto: coda chilometrica, macchine incolonnate e pressocchè ferme, clacson, fumi, rumori, urla e bestemmie, tutto incorniciato dal caldo che un 4 luglio come tanti porta con sé.
Simone è deciso: non ne può più. Nella mente gli riecheggiano da giorni i discorsi “da aperitivo” che facevano lui e i suoi colleghi; sbuffavano tutti, si lamentavano, dicevano di voler cambiare vita anche domani, troppo stanchi della solita routine. A parole.
Il giorno dopo tutti di nuovo incolonnati a fare la fila davanti alla macchinetta del caffè delle ore dieci, di un normale martedi, di una normale settimana. Ormai insopportabile per l’autore di “Adesso Basta”.
Decide di cambiare vita, per davvero. Come?
Seguendo le fasi del “downshifter”, ovvero di colui che comincia a ridurre i propri sprechi, i propri consumi per cercare di vivere con meno uscite, mantenendo o riducendo all’essenziale le entrate necessarie a vivere nella maniera che più gli aggrada. Sembra un controsenso: per vivere meglio si può guadagnare meno. Impossibile! Invece no, basta sapere solo ciò che si desidera veramente nella propria vita.
Ed essere liberi di poter realizzare ciò che si vuole.
“Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare” diceva Seneca, e la frase viene citata di continuo nel libro quasi a voler auto-convincersi della fattibilità del proprio progetto.
Ricapitoliamo: Perotti è un manager, ha tutto ciò cui la gran parte della società contemporanea aspira per una vita intera, magari senza mai riuscire a realizzare le proprie ambizioni.
Ma non è contento, non si sente libero e soprattutto si sente schiavo di meccanismi che lo opprimono e non gli fanno svolgere in libertà le cose che vorrebbe.
Deve andare a lavorare, per poter comprare una casa, comprare da mangiare e vivere dignitosamente.
Lo spazio per dedicarsi alle sue attività preferite come la vela e la scrittura è ridotto ai margini delle giornate lavorative, sempre che riesca a ritagliarsi un po’ di tempo.
Naturalmente vi starete chiedendo: ok va bene, ma i soldi? Come farò a mantenermi?
Perotti esplicita subito un concetto: i soldi sono sicuramente un problema. Ma facilmente risolvibile.
Ciò che deve preoccupare di più i downshifters sono i propri legami con la vita quotidiana, la completa estraneità a un concetto come la solitudine, la “piovra” rappresentata dalla nostra vita fortemente vincolata a quella schiavitù apparentemente ineluttabile studio-lavoro-produco-guadagno-compro-consumo-ri lavoro-ecc.
Il vero problema è la forza di volontà, come trovare la convinzione necessaria per dire basta a tutto ciò, poichè lo si ritiene un processo inutile per se stessi,ma allo stesso tempo trovare una via alternativa di realizzazione dei propri progetti.
L’autore indica negli ultimi due capitoli questa via alternativa, incentrata soprattutto sul concetto di sostenibilità. Cosa ci serve per vivere? Quanto di quello che compriamo-consumiamo è strettamente necessario per renderci felici? Esiste un modo per procurarci tutto ciò senza lavorare stabilmente e soprattutto, senza doverci privare per forza della nostra libertà personale? La risposta è: si.
Naturalmente, per rendere sostenibile la drastica rinuncia al lavoro bisogna accumulare un gruzzoletto di “riserva”, che l’autore dice di mantenere per sicurezza.
L’entità del gruzzoletto? Maggiore sarà, migliori chanches avrà il vostro progetto.
Come accumularlo? L’autore indica due strade: se nella vostra vita precedente guadagnavate bene (è il suo caso, 5500 euro/mese) darete un bel taglio alle vostre spese superflue che non vi servono per vivere comunque decentemente e accumulando i risparmi, tutto in virtù del progetto che inseguite.
In questo caso vi serviranno 8-12 anni per realizzare l’occorrente, dice Perotti.
Se invece guadagnavate come i comuni mortali (1000-1500 euro/mese) la via d’uscita dalla “schiavitù” è una sola: sperare nelle ingenti eredità destinate a voi dai cari estinti.
L’ipotesi si fonda sulla diffusione capillare del fenomeno, almeno in Italia, almeno ad oggi.
In questo caso vi ci vorrà di più per lasciare il lavoro, ma ci riuscirete comunque, se davvero sarete disposti a farlo.
Per le spese quotidiane invece si può puntare sulle proprie passioni. All’autore del libro piace la vela? Bene, fa lo skipper, pulisce le barche, fa la guida turistica e guadagna bene, ciò che gli serve, al contrario di ciò che si può pensare. E intanto vive tutto l’anno (o quando ne ha voglia) su una barca, facendo ciò che gli piace di più.
A un suo amico piace la pittura? Bene, dipinge per passione e vende bene. C’è gente disposta a pagare 600 euro, 1500 euro per i suoi quadri. Intanto anche lui ha lasciato il lavoro. E’ libero!
All’autore piaceva molto leggere, ma non ne aveva mai il tempo. Ora recensisce libri per una casa editrice, in cambio gli vengono regalati i volumi e ha il tempo per leggerli non lavorando più come una volta. Perfetto no?
Nel bilancio finale dovrete inserire oltre al risparmio e ai piccoli lavoretti per passione, anche una buona dose di manodopera personale.
Si perché se non vorrete vivere in barca a vela tutta la vita, avrete bisogno di una casa.
Anche Perotti ha assolto questo bisogno, pur essendo un velista convinto. Come?
Ha comprato per pochi euro un casolare immenso in campagna, abbandonato e l’ha ristrutturato completamente rendendolo abitabile per le sue esigenze.
Da solo o quasi, per non spendere risorse che in ogni caso non avrebbe avuto.
Faticoso, laborioso e dall’ inventiva immensa. Fare le cose da se costa fatica, farle fare costa denaro.
Anche su questo punto il libro è molto interessante, pone degli interrogativi pratici e disarmanti.
Però Simone Perotti ci è riuscito per davvero. Prima, nella sua vita precedente, faceva le cose che scrivevo all’inizio. Ora fa quello che vuole, dorme se è stanco, lavora se ne ha bisogno, legge se ne ha voglia, naviga in mare se è bel tempo, si ferma due giorni al Cairo se ne ha voglia. O a Marrakesh, perché no?
Lui ci è riuscito ed ora invita noi a farlo, ma siamo davvero disponibili a rinunciare a ciò che abbiamo per riavere la nostra libertà?

Leggi i commenti

Piero Ricca – “ Alza la testa!”

23 Novembre 2009, 14:32pm

Pubblicato da Nicola Di Turi

Recensione per Chiarelettere Editore
anche su AgoràVox


A prima vista Piero Ricca fa scalpore. Causa disagio o dovrebbe farlo, perché ci ricorda la nostra funzione da cittadini. Lo so è facile liquidarlo come un urlatore ossesso, in cerca di pubblicità per auto-promozione. Forse è un rischio che corre, ma per ora non sembra esserci cascato.
In breve: Piero Ricca è un cittadino milanese, figlio di un magistrato, blogger molto seguito e ha “fondato” un’associazione dal nome “Qui Milano Libera” che ha fatto proseliti in altre città (Qui Lecco Libera ecc.). Obiettivo comune: sbugiardare quella grande farsa antidemocratica messa in piedi dai politici interessati e da un’informazione compiacente.


Con il suo gruppo di amici tiene “Agorà” aperti al pubblico nella sua città, dove si parla delle verità inconfessabili dei politici italiani che vengono appositamente oscurate dalla stampa e dalle televisioni complici o sotto il loro stesso controllo.
Insomma, un gruppo di cittadini ben informati con lo scopo comune di chiedere conto di fatti, circostanze e soprattutto sentenze di Tribunale, dato l’alto tasso di politici catapultati in Parlamento per meriti giudiziari. Armi? L’irriverenza verso un potere ormai malato e chiuso a riccio nella tutela dei propri interessi in maniera ormai palese.
Incontri, contestazioni, scenate che svelano il lato nascosto (dalle tv di regime) di politici (di varia umanità ed estrazione), imprenditori, banchieri, giornalisti.
Tutto raccolto in un dvd, accompagnato da un libro con prefazione dell’immancabile Marco Travaglio (Piero Ricca - “Alza la testa” – LIBRO + DVD, Chiarelettere, 16,60 Euro).
All’inizio troviamo il Prologo con un imperdibile Bruno Vespa che dimostra di ignorare il contenuto della sentenza penale che ha condannato l’avvocato Previti, reo di corruzione del giudice Metta, che consegnò la più grande azienda editoriale italiana nelle mani del nostro Presidente del Consiglio.
Berlusconi conosce bene Ricca dato che nel 2003 uscendo dal Tribunale di Milano dopo aver reso dichiarazioni spontanee nell’ambito del processo SME per corruzione delle Fiamme Gialle (il lupo perde il pelo ma …), fu additato dal blogger col simpatico epiteto di “buffone”. Naturalmente la vicenda finì in Tribunale e Ricca la spuntò. E com è logico che sia il video della contestazione è riportato nel dvd.
Eppoi giù duro con Confalonieri riguardo lo scandalo bi-partisan di Europa 7, mentre con De Gennaro e Gianfranco Fini si discute amichevolmente del G8 e dell’irruzione nella scuola Diaz (vicenda recentemente chiusasi con l’assoluzione dell’ex capo della Polizia). I due, come molti altri, tirano dritto con una bella faccia di bronzo e non rispondono.
I pezzi da novanta sono però due: lo sputo generosamente riservato da Emilio Fede a Ricca, con la scena che finì addirittura a Striscia la Notizia che naturalmente tagliò lo sputo in questione.
Non sia mai che Emilio non passi più i suoi leggendari fuori-onda, deve aver pensato Antonio Ricci.
La seconda pietra miliare è la vicenda Unipol-DS, ben rappresentata da due incontri ravvicinati con Massimo D’Alema e Piero Fassino.
A Ricca che chiede conto a D’Alema di frasi del tipo: ”…abbiamo una banca!!...” , risponde direttamente il pubblico dei democratici (??) che assistono appassionatamente al dibattito sul partito liquido anziché presente con sedi sul territorio. Come?
Impedendo all’infame di porre domande, ricacciandolo fuori dalla sala come un appestato, per far riprendere l’idillio democratico impunemente interrotto.
Altri protagonisti sono Violante, Mastella e Dell’Utri che giudica autorevolmente incerta la sua collusione con la Mafia, non prima di aver apostrofato Ricca come “stronzo” dalla certezza comprovata (da lui stesso).
C’è anche un interessante faccia a faccia con Ferruccio De Bortoli sempre cortese e disponibile al confronto.
La discussione verte come nel primo caso sulla Mondadori rubata, ma De Bortoli mostra competenza e preparazione sulla vicenda, al contrario di presunti giornalisti del servizio pubblico (vedi alla voce Vespa).
Insomma vicende molto interessanti, trattate alla pari con i protagonisti da cittadini informati, armati della propria competenza e del rispetto verso la propria dignità che molti, ma molti, mettono sotto i piedi per arrivare dove sappiamo.
L’irriverenza che caratterizza Ricca e i suoi amici è la molla che dovrebbe scattare in ognuno di noi per chiedere conto a persone normali, ma che rappresentano la collettività, di vicende scottanti di cui poco si parla perché chi controlla l’informazione in questo Paese ha tutto l’interesse a non farlo.

Leggi i commenti

Quello che la Chiesa non dice

12 Giugno 2009, 13:49pm

Pubblicato da Nicola Di Turi

C’era una volta uno Stato grande, unificato, laico e con delle leggi valide per ogni suo cittadino. Al suo interno ne conteneva uno infinitamente più piccolo, confessionale ed estraneo alle leggi di cui sopra, potendo disporre delle proprie autenticamente custodite. C’era una banca controllata da questo Stato più piccolo, che per suo conto si occupava di opere caritatevoli: il suo nome era I.O.R. , Istituto per le Opere Religiose. Lo Stato che la controllava e la controlla era ed è piccolo, ma con moltissimi fedeli al di fuori dello stesso: il Vaticano.
Lo Stato grande e laico era ed è l’Italia.

Accade che un funzionario altolocato conservi fino alla soglia del letto di morte un archivio storico delle principali operazioni finanziarie di uno Stato povero per Vocazione, ma necessariamente opulento per svolgere la sua caritatevole funzione. A garanzia di un candore semi-divino, ma soprattutto per trasparenza verso i propri fedeli sostenitori, gli atti di questo Stato e di questa banca restano segreti fino alla morte del’alto funzionario, che bontà sua ha voluto renderli pubblici donandoli postumi al giornalista Gianluigi Nuzzi.
Monsignor Dardozzi è il funzionario altolocato che funge da archivista, oltre a svolgere compiti di consigliere diretto del Segretario di Stato vaticano Angelo Sodano stretto collaboratore di Papa Giovanni Paolo II. Nuzzi rompe l’ evangelico riserbo e raccoglie circostanze, fatti, documenti in un libro dal titolo emblematico: Vaticano S.p.A.
Il fulcro delle vicende è lo I.O.R. , la banca vaticana affidata a personaggi discutibili che hanno badato più ad incrementare le entrate del Vaticano, che non a realizzare opere religiose per i fedeli. Operazioni finanziarie spericolate, acquisti di beni immobili e compartecipazioni in aziende gestite da gente poco raccomandabile sotto l’egida dei vari papati susseguitisi, spesso e volentieri del tutto ignari di ciò che accadeva.
Come nel caso del crack del Banco Ambrosiano gestito da Roberto Calvi. Le società compartecipate dal Vaticano finiscono in mano a Calvi affinchè le gestisca in modo utile a garantire alte rendite per lo I.O.R. , gestito a sua volta da monsignor Marcinkus. Il ponte tra il banchiere “civile” Calvi e il banchiere “evangelico” Marcinkus è Michele Sindona, siciliano a Milano che ha tra le sue attività una molto, ma molto vincolante: investire i soldi della Mafia al nord. Il trio Calvi-Sindona-Marcinkus gestisce gli investimenti del Vaticano senza alcuna remora, ma soprattutto ognuno slegato dall’altro e accomunati soltanto dalla spregiudicatezza del loro agire.
La situazione precipita, gli investimenti di Sindona per conto dello I.O.R. si rivelano sbagliati, espongono la banca vaticana a debiti insostenibili tanto da spingere Marcinkus all’allontanamento del siciliano. Il posto che era di Sindona viene occupato da Roberto Calvi che ha tra i referenti il neo-eletto Papa Luciani.
Il Papa ha intenzione di fare pulizia nello I.O.R. a cominciare da Marcinkus, ma non fa a tempo perché muore dopo 34 giorni di Pontificato, prima di poter metter mano dove forse non doveva.
Appena eletto, Giovanni Paolo II decide di lasciare tutti al loro posto.
Calvi che si trova a gestire le finanze comuni tra la banca della Chiesa e il Banco Ambrosiano viene arrestato poco dopo e facendo leva su questo, Marcinkus per conto della Chiesa fa assumere tutta la responsabilità dei debiti contratti dal Vaticano a Calvi. Il quale si impegna a risanare invano i conti di I.O.R. e Banco Ambrosiano; infatti la Banca d’Italia scopre il buco dell’Ambrosiano e Calvi viene ritrovato impiccato sotto un ponte della City, a Londra.
Tuttavia ora il contenzioso si sposta tra la Chiesa e lo Stato Italiano, liquidatore del Banco Ambrosiano, che quindi si trova ad aver a che fare con i debiti in comune (e da saldare principalmente all’estero) con lo I.O.R.
Naturalmente la Chiesa scarica tutte le colpe sul duo Calvi-Sindona, artefici del dissesto all’insaputa del Vaticano e di Marcinkus stesso.
Perciò alla richiesta di risarcimento dello Stato verso lo I.O.R., la Chiesa risponde picche.
La vicenda si conclude con un risarcimento del Vaticano verso il reparto estero dell’Ambrosiano, dietro una cifra irrisoria in confronto a quanto chiesto dallo Stato Italiano liquidatore del Banco.
Resta da chiedersi cosa c’entri tutto ciò con il messaggio evangelico, o con la figura di San Francesco d’Assisi. Forse la risposta la si può trovare nel motto fatto proprio dal sempiterno Marcinkus: ”La Chiesa deve scegliere tra San Francesco e il business”. Ora sappiamo cosa ha scelto.

Leggi i commenti