Ecco perché Nichi si deve dimettere
È così tremendamente semplice osservare, farsi un’opinione e giudicare le persone dall’esterno che neanche io, qui, mi asterrò dal farlo. E lo farò solo per spiegare perché, secondo me, Nichi Vendola deve dimettersi. Perché se è vero che serve a poco avere le mani pulite se le abbiamo tenute sempre in tasca, è anche vero che i fatti sono noti, e ormai tocca farci i conti, con le mani sporche. Mani che, sia chiaro, sono parecchio più limpide di quelle di molti dei detrattori del governatore pugliese, così svizzeri nel notare puntualmente la pagliuzza nell’occhio del leader di Sel, e così italiani da non essersi accorti delle travi che per anni gli sono cadute in testa, quasi fino ad ucciderli. Ma si sa, la riconoscenza non è di casa nel nostro Paese, dove il tuo insuccesso è la mia rivincita sulla mediocrità che da sempre mi accompagna. E pazienza anche se le risate di Nichi non erano per i morti di amianto, e quel titolo a nove colonne con il quale sono state spacciate per tali, merita di essere giudicato senza sconti. Ma pazienza, anche, se quell’intercettazione era uscita già tredici mesi fa, tredici, e le vestali della purezza invece non si sono scandalizzate fino a ieri. Pazienza, poi, se quell’ondata di richieste ai politici di «render conto», che in Inghilterra finisce sotto il nobile termine di «accountability», qui da noi viene scambiata per giustizialismo (?). Ci vuole pazienza per tutto questo perché, alla fine, quel che conta è altro. E attiene, soprattutto, a quella commistione malsana tra chi governa e chi dovrebbe essere governato, tra chi in pubblico sostiene alcune battaglie, e in privato sghignazza con chi le dovrebbe subire, quelle battaglie. Confidando, ovviamente, che nulla di ciò che recita nel confessionale delle sue telefonate private arrivi poi all’orecchio di quelle centinaia di migliaia di militanti che, gratis, e ogni giorno, ci mettono la faccia, e il portafogli, in quelle battaglie. Già, perché in quelle risate del governatore non c’è solo il divertimento (chapeau) per il zelante collaboratore dei Riva che ruba il microfono al giornalista mentre questi, colpevolmente, si capisce, pone domande al suo padrone. Nello sganasciarsi di risate del buon Nichi c’è la sicurezza ostentata di chi sa di avere, comunque vada, il consenso incondizionato di quegli stessi militanti che lo hanno stimato, votato, sostenuto. E che oggi, invece, a mio modestissimo avviso farebbero bene a domandarsi se ritirare quel consenso al compagno di tante battaglie, non farebbe bene al partito, a quell’amalgama di idee e speranze che penso, e credo, vada ben oltre la meritoria figura di un leader che tanto si è speso, e bene, e che qualcosa, però, pare aver sbagliato. La paura, comprensibile, è quella di rischiare l’effetto Di Pietro, anche perché un certo tipo di elettorato, alcune notizie, non le perdona. Ma d’altro canto si rischia l’effetto Berlusconi, per cui piegare le leggi alle proprie necessità, e ai propri guai, è sempre significato non piegare sé stessi ai principi e ideali, in nome del consenso, e per preservare i propri interessi. Cos’è meglio e cos’è peggio, oggi, Nichi?
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